Vivere in città oggi

scritto da Marika Massella, dottoressa in psicologia

Cosa significa vivere in città al giorno d’oggi? Quali vantaggi ha portato l’evoluzione ed il progresso nella vita di tutti i giorni; cosa al contrario ci è nocivo quotidianamente?

Vivere in città nel 2022 significa avere una vita frenetica, giorni pieni di cose da fare, di eventi da vedere, di posti da visitare, è spesso stressante ritrovarsi in una città enorme, dinamica e senza freni che non dorme (quasi) mai. E in risposta a tutti gli input esterni, come reagisce il soggetto? Come si muove all’interno di queste mille connessioni?

Tutto dipende dal proprio essere, da come il SÉ1, risponde agli stimoli esterni ed interni, convogliando le proprie forze ed energie nello sviluppo personale. L’individuo si trova di fronte milioni di stimoli da gestire, a volte con coraggio e determinazione, cercando di vivere al meglio e di viversi al meglio, altre volte cadendo in stati di ansia e/o depressione, non riuscendo a vedere la fine al tunnel che è il proprio percorso. Questo accade poiché la natura dell’essere umano è, oltre ad altro, debole e fragile: si è sempre soli, in ultima istanza, di fronte al mondo. Questo stato di solitudine perenne può portare alla chiusura e all’introversione, cause di disagi più profondi. Essere connessi con gli altri è invece sinonimo di confronto sociale e di condivisione, ciò permette al SÉ di non sentirsi completamente solo e di poter contare sui propri simili. Le relazioni sono parte fondamentale della natura umana, senza di esse il soggetto non può svilupparsi totalmente: il SÉ esiste proprio grazie al continuo confronto con l’altro diverso-da-sè.

Nonostante ciò, una ricerca frenetica di connessioni è altrettanto nociva; l’iper-connessione presente al giorno d’oggi, dovuta soprattutto dalla tecnologia, porta l’individuo ad essere costantemente esposto al giudizio altrui, nonché al proprio, mettendosi a confronto con gli altri provocando spesso un abbassamento dell’autostima con conseguenze diverse, più o meno gravi, che possono sfociare in veri e propri disturbi2.

Il timore del confronto definisce un tipo di disturbo d’ansia3, la fobia sociale, un disturbo caratterizzato da paura o ansia marcate relative ad una o più situazioni sociali quali l’individuo è esposto al possibile esame degli altri. Tali sentimenti sono sproporzionati rispetto alla reale minaccia posta dal contesto/situazione, e riguardano tre aspetti fondamentali:

  • interazioni sociali (avere una conversazione, incontrare sconosciuti)
  • essere osservati
  • agire di fronte ad altri (es. parlare in pubblico)

[DSM-5, manuale diagnostico dei disturbi mentali]

L’ansia sociale porta l’individuo ad estraniarsi completamente (o quasi) dal mondo esterno, con lo scopo di allontanare e non vivere quelle situazioni sociali che per l’IO4 sono fonte di ansia e paura. Ignorare, però, non è la soluzione adatta per nessun tipo di problema e/o disturbo: è importante conoscerlo, avvicinarsi ad esso per gestirlo al meglio e soprattutto accettarlo nella propria vita.

L’essere umano è un animale sociale e complesso, che grazie al proprio stato di coscienza diviene consapevole della propria vita. Tale consapevolezza può essere estremamente positiva per lo sviluppo del SÉ, permettendo al soggetto di conoscersi, di porsi in discussione e poter vivere una vita felice e conscia delle proprie mille sfaccettature. Essere coscienti del SÉ e dell’IO risulta uno dei primi passi utili ad una gestione sana e positiva di se stessi: il SÉ riconosce la presenza di ombre ed elementi oscuri dell’IO che non vanno ignorati, bensì riconosciuti, compresi e gestiti permettendo uno sviluppo armonioso e degno del proprio essere.

Come si può agire dunque in risposta alla propria ansia sociale?

Il primo passo è il riconoscimento, essere consapevoli della sua esistenza, successivamente è importante capire quando si manifesta, in quali occasioni, e perché.

Dopo questi primi passi è essenziale apprendere tecniche specifiche per gestirla, per convivere con essa e ridurla. Le tecniche più utili in questo caso sono tecniche di rilassamento, le quali possono partire dal rilassamento corporeo per raggiungere quello mentale o agire direttamente su di esso; qui di seguito ne definiamo due:

  • Respirazione: concentrarsi sul respiro permette la focalizzazione sul momento presente e/o sul problema vissuto; per esempio, indirizzare il proprio respiro su una parte del corpo dolorante, permette ai muscoli di quell’area di rilassarsi, garantendo una riduzione del dolore e del malessere. Trattando problemi di ansia, si può indirizzare una respirazione profonda verso il pensiero inerente la situazione ansiosa temuta: questa connessione permetterebbe di gestire la propria ansia a livello mentale attraverso la visualizzazione, agendo sull’input ansioso con una respirazione consapevole che aiuta il soggetto a rilassare sia la mente che il corpo.
  • Mindfulness: capacità di stare nel momento presente osservando tutte le emozioni e sensazioni che si provano, poterle trattare come oggetti e poterci lavorare. Le emozioni e sensazioni provate, vengono osservate e si agisce su di loro, combattendo il potere che esse potrebbero avere sul soggetto.

Nella vita di tutti i giorni può risultare difficile mettere in pratica tali azioni volte al rilassamento e/o ad una gestione adeguata del proprio disturbo; le motivazioni possono essere molteplici, ma vorrei porre l’attenzione su due in particolare:

– la paura del cambiamentopoiché non si è mai abbastanza pronti a mettersi in discussione, il cambiamento è fonte di insicurezza e paura, sentimenti che ostacolano spesso l’azione verso di esso. Queste emozioni sono legittimate ad esistere, è il soggetto che deve essere in grado di viverle senza permettere loro di avere potere sul SÈ.

– la mancanza di tempovivere in una città al giorno d’oggi significa anche non avere abbastanza tempo libero da dedicarsi. Nonostante ciò, è sempre importante ritagliarsi dei momenti personali, con lo scopo di non trascurare se stessi.

In conclusione, è importante non sentirsi mai in trappola; per ogni problema esiste una soluzione se si ha la facoltà di porsi in discussione. Il primo passo verso il cambiamento richiede sempre un’analisi personale: conoscersi profondamente permette al SÉ di gestire l’IO così da garantire uno sviluppo armonioso e volto al proprio benessere. Vivere una vita consapevole risulta la base dalla quale partire per poter costruire la propria esistenza. Essere consci di SÈ è un percorso, richiede tempo e non sempre può essere fatto da soli; l’aiuto di uno specialista della salute mentale può essere fondamentale per gestire la propria mente e la propria vita. Di fronte ai propri disagi, se risultano nocivi, è importante affidarsi a chi sa come indirizzare il proprio percorso verso un benessere psico-fisico.

Articolo di Marika Massella, dottoressa in psicologia

——– Note

1 – I concetti di IO e SÉ richiedono la comprensione della dualità in ognuno di noi: l’essere umano non è mai uno, dentro la propria coscienza e mondo inconscio, esistono diversi livelli entro i quali il soggetto si trova ad operare. L’IO risulta essere la parte più profonda dell’individuo, in cui è concentrato il proprio egoismo: l’IO può pensare solo all’IO e a ciò che interessa e fa bene all’IO. Il SÉ risulta invece l’evoluzione sociale dell’IO, portandosi dentro sia aspetti individualistici che sociali inerenti agli altri fuori di SÉ. Il SÉ è qualcosa di estremamente impersonale, il soggetto impara ad operare nel proprio SÉ ed ad operare come SÉ quando comprende la propria connessione con il mondo esterno, cosa che gli permette di vivere una vita piena ed equilibrata: il SÉ vive in serenità con il mondo esterno, avendo cura dell’IO e di ciò che non è IO. [C.G.Jung –La psicologia del kundalini Yoga, Seminario tenuto nel 1932, pp.5-86]

2 – Citiamo due studi a sostegno: Problematic smartpone use: A conceptual overview and systematic review of relations whit anxiety and depression psycopatology, Jon D.Elai etal.J. affect disorders, 2017; Digital Media, Anxiety,and Depressionnin Children, Elizabet Hoge et al. Pediatrics, 2017.

3 – Il concetto di ansia viene descritto come “l’anticipazione di una minaccia futura”: uno stato fisiologico e psicologico che pone il soggetto in allerta. Tale apprensione può essere provocata dal contesto (ansia di stato), o può essere intrinseca al quadro di personalità dell’individuo, dunque è presente sempre anche in circostanze non stressanti (ansia di tratto). [DSM-5: manuale diagnostico dei disturbi mentali. Quinta edizione, 2013]

4 – Concetto riconducibile alla nota 1: l’Io ed il SÉ. [ibidem]

Senza fissa dimora

scritto da Marika Massella, dottoressa in psicologia

Senza fissa dimora: approfondimento sociale e psicologico del fenomeno.

Nel corso degli anni, sono state utilizzate varie denominazioni per rivolgersi a coloro che vivono ai margini della società: barbone, senza tetto, clochard, vagabondo…..appellativi che però non esprimono esaustivamente il fenomeno in essere; per tale motivo, si è ritenuto necessario l’utilizzo di una terminologia che ne dia una definizione ad hoc. Quando parliamo deiSenza Fissa Dimora (SFD),intendiamo una parte della popolazione non possidente di casa, ma non solo, poiché il termine “dimora” rispecchia la triplice accezione di luogo fisicosociale e giuridico, nonché esprime la componente psicologico-affettiva e dell’identità relazionale dell’individuo [ROMANO, L. (2016). I senza dimora, analisi psicologica del fenomeno. Piesse (rivistapiesse.altervista.org) 2 (10-1)] .Tale scelta grammaticale deriva dalla definizione espressa dalla FIO.psd (Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora)1 che considera la persona senza dimora come “un soggetto in stato di povertà materiale ed immateriale, portatore di un disagio complesso, dinamico e multiforme, che non si esaurisce alla sola sfera dei bisogni primari, ma che investe l’intera sfera delle necessità e delle aspettative della persona, specie sotto il profilo relazionale, emotivo ed affettivo”.

Dati alla mano

Il fenomeno sociale dei SFD sta aumentando inesorabilmente con il passare degli anni: sempre più persone si ritrovano senza una casa, costrette a cercare riparo per le vie della cittàStando ai dati ISTAT, secondo una ricerca condotta nei mesi di novembre e dicembre 2011, si stimava la presenza in territorio italiano di 47.648 senza fissa dimora [Comunicato stampa, Le persone senza dimora – ISTAT] , un numero altamente superato dai dati raccolti nel 2021: a dieci anni di distanza, l’ ISTAT ne stima 5.6 milioni [Statistica report, La povertà in Italia – ISTAT]. L’incremento della povertà assoluta2 è stata una delle conseguenze dovute dalla pandemia da Covid-19; il 2020 ha registrato un aumento notevole di persone povere o sulla soglia di povertà. Riferendoci nuovamente ai dati raccolti tramite l’indagine ISTAT sopracitata, possiamo leggere che nel 2020 gli effetti economici della pandemia da Covid-19 hanno favorito la crescita della povertà assoluta, determinando anche qualche cambiamento strutturale delle famiglie povere assolute [Ibidem]. Nonostante i dati allarmanti, desta particolare sollievo la stabilità della stessa povertà assoluta nel 2020 quanto nel 2021; secondo le stime definitive, nel 2021 sono poco più di 1,9 milioni le famiglie in povertà assoluta, per un totale di circa 5,6 milioni di individui, valori stabili rispetto al 2020 quando l’incidenza ha raggiunto i suoi massimi storici (…). La causa di questa sostanziale stabilità è imputabile a diversi fattori, in particolare ad un incremento più contenuto della spesa per consumi delle famiglie meno abbienti (…) [Ibidem]. Altro dato importante riguarda i decessi: ogni anno in Italia aumenta il numero dei morti senza dimora; il 2022 è stato l’anno in cui se ne è raggiunto il numero massimo: un morto al giorno nell’intero anno [AVVENIRE 2022La strage invisibileSenza dimora, un morto al giorno da inizio anno, Giuseppe Pastore; FIO.psd]3. Le osservazioni confermano che la causa di morte non si riduce al freddo, molteplici sono le motivazioni: il 44% dei decessi si verifica a causa di un incidente, il 39% per motivi di cuore o di freddo, il 12% per episodi di violenza ed il 5% per suicidio [Ibidem].

Cosa c’è dietro

Essere una persona SFD, può significare aver vissutofallimenti importanti nella propria vita che inesorabilmente hanno portato l’individuo a perdere tutto, oppure, riflette una libera scelta personale, con lo scopo di sganciarsi dai dogmi della società. Le cause alla base della vita di un senza dimora possono essere molteplici: licenziamento, abuso di sostanze, condizione di immigrato senza documenti, divorzio, piuttosto che, appunto, la libera scelta. Essere un SFD può garantire una libertà impagabile nei confronti della società e del modo di vivere globalizzato; egli ne è sganciato, ne vive ai margini attraverso ciò che trova o che gli viene regalato, non è schiavo delle regole che la governano, è libero invece di vivere come e dove vuole. A livello puramente ipotetico, queste sono motivazioni accattivanti, ma la vita dei SFD non è tutta rose e fiori: essi vivono alle condizioni più estreme, avanzando lentamente verso il futuro senza poter contare su nessuno se non sugli aiuti offerti dalla stessa società dalla quale sono emarginati (un agire quasi paradossale).

Ma cosa significa vivere Senza una Dimora?

La persona che vive in strada, vive unluogo ed un tempo anomali, definiti solo dalla mancanza di qualcosa: se da un lato ci si trova a dover vivere un posto pubblico, dall’altro, si vive un tempo dilatato, scandito solo dal ritmo circadiano; è l’assenza di un lavoro e degli impegni personali che definisce la giornata del SFD, ed è l’assenza di un riparo tangibile a delinearne la dimora. Vivere in strada racchiude in sé tanta solitudine, tempo perso e sguardi indifferenti; la persona senza dimora si ritrova senza riferimenti reali ai quali potersi aggrappare, a vivere da sola un tempo infinito.

Gli aiuti dal sociale

In Italia, così come nel resto di Europa, esistono Centri Sociali denominati Unità di Strada (UdS), i quali in collaborazione con i servizi sociali, il comune, la regione, danno un contributo reale alla vita dei SFD, i quali possono così contare su qualcuno mentre piano piano si riprendono in mano la propria vita. Lo scopo delle UdS è donare speranza, garantire ai SFD un futuro migliore: una visione della vita diversa attraverso delle nuove opportunità. Il lavoro che agiscono è diretto al qui ed ora attraverso le chiacchiere in compagnia, la fruizione di beni di prima necessità, la garanzia di un posto letto; ma non solo, lo scopo più alto delle UdS si traduce nel creare le opportunità adeguate per una riconquista completa della propria vita attraverso l’affiancamento della persona nella ricerca di un nuovo posto di lavoro e di una nuova locazione abitativa. Lo strumento operativo principale delle UdS è la relazione: il rapportarsi con continuità alle persone tramite l’ascolto rende possibile una lettura graduale dei loro bisogni, affiancandoli nella riconquista progressiva e motivata delle proprie capacità relazionali andate perdute durante gli anni di marginalità [Focus sulle unità di strada, Lavoro di strada, FIO.psd]. Un esempio del quale posso dare diretta testimonianza, è l’Unità di Strada “Via delle Stelle” che opera nel territorio di Cesena (F-C), con la quale ho agito un Service Learning durante il periodo universitario (A.A. 2017/2018). “Via delle stelle” è un luogo fittizio, ma estremamente reale per quelle persone che una casa non ce l’hanno: si tratta, naturalmente, di una via inesistente sul territorio, che però risponde all’esigenza di attribuire un indirizzo da indicare negli atti anagrafici (l’iscrizione all’Anagrafe è obbligatoria per tutti i cittadini), permettendo così ai SFD una prospettiva di normalità all’interno della condizione vissuta. A livello psicologico possedere un indirizzo postale che non sia il proprio comune di residenza, è un analgesico per la propria dignità non indifferente. A mio avviso, tale modo di agire, permette un punto di svolta positivo nella gestione e nella cura della persona senza dimora; garantisce il riconoscimento dell’essere umano prima del “senza dimora”, con i propri bisogni e le proprie debolezze. L’idea della creazione di un indirizzo postale ad hoc tutela la dignità e la sfera psicologica della persona ancor prima di lavorare alla volta di una ricostruzione pratica della propria vita.

——– Note

1 – Associazione che persegue finalità di solidarietà sociale nell’ambito della grave emarginazione adulta e delle persone senza dimora: https://www.fiopsd.org/

2 – Sono classificate come assolutamente povere le famiglie con una spesa mensile pari o inferiore al valore della Soglia di Povertà Assoluta. SPA: che rappresenta la spesa minima necessaria per acquisire i beni e servizi inseriti nel paniere di povertà assoluta. Varia, per costruzione, in base alla dimensione della famiglia, alla sua composizione per età, alla ripartizione geografica e alla dimensione del comune di residenza [Definizione proveniente da Statistica report, La povertà in Italia , Glossario – ISTAT]

3 – [https://www.fiopsd.org/avvenire-2022-10-12-la-strage-invisibile/ ]

La teoria Malthusiana

scritto da Marika Massella, dottoressa in psicologia

La teoria Malthusiana: indagine sociale e psicologica.

1. La teoria Malthusiana

Thomas Robert Malthus nato nel 1766 è stato un economista inglese artefice di una nuova prospettiva economica della società; egli ha postulato una dottrina economico-sociale (teoria Malthusiana) che pone lo sviluppo della popolazione in relazione alla crescita dei sostentamenti primari. Nel saggio An essay on the principle of population as it affects the future improvement of society, definisce una nuova visione della società secondo la quale mentre la crescita demografica segue uno sviluppo in termini geometrici, quella dei mezzi di sussistenza ne percorre uno aritmetico. Tale squilibrio viene definito da Malthus come la causa principale della povertà e della miseria delle classi inferiori; lo sviluppo delle risorse primarie non riesce a stare al passo con l’aumento sempre maggiore della popolazione: la povertà aumenta e si alimenta proprio a causa della scarsità delle risorse primarie necessarie al sostentamento.

La teoria non esclude però delle eccezioniche garantiscono uno crescita adeguata della popolazione in linea con i mezzi primari; Malthus afferma infatti che l’equilibrio tra le parti è possibile ed avviene grazie a frenidi carattere preventivo, naturale o attraverso un determinato meccanismo economico:

  • Meccanismo economico – se la popolazione cresce troppo rapidamente rispetto alle risorse naturali, il prezzo dei beni di sussistenza aumenta, i salari reali si riducono e questo genera un peggioramento nelle condizioni di vita della popolazione, determinando quindi il rallentamento della crescita demografica.
  • Freni preventivi – il controllo delle nascite o l’imposizione di regole morali che permettano la castità prematrimoniale.
  • Freni naturali – carestie, guerre, epidemie.

Malthus sottolinea dunque la grande importanza che tali misure assumono nella definizione di un equilibrio fra le parti in causa: epidemie, carestie, l’imposizione della castità etc. sono state cause primarie del rallentamento della crescita demografica, con una conseguente condivisione e gestione adeguata dei mezzi di sussistenza disponibili.

Da un punto di vista puramente economico è importante sottolineare l’importanza del concetto espresso da Malthus di salario di sussistenza, come esso possa garantire alla popolazione una quotidianità adeguata, una qualità di vita dignitosa; dall’altro lato della medaglia però, questo benessere, può causare una rivoluzione economica (miglioramento esponenziale della qualità di vita) che alla fine riporterebbe comunque la situazione in un bilancio di sussistenza.

2. Il salario di sussistenza

Ogni individuo che lavora ha diritto ad una rimunerazione equa e soddisfacente

che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana

ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.
– Dichiarazione universale dei diritti umani; Art. 23 Sez. 3

Il salario di sussistenza permette al lavoratore di avere una retribuzione adeguata ad uno stile di vita dignitoso; quando si parla di salario di sussistenza non ci si riferisce ad un salario minimo, bensì ad uno giusto, inerente a soddisfare i bisogni primari della persona.

Il concetto di salario di sussistenza è riconducibile già ad Aristotele, il quale considerava l’autosufficienza come un requisito di felicità: ciò che da solo rende la vita degna di scelta e priva di nulla”, le sue idee sono viste come un primo esempio di sostegno per un salario di sussistenza, così da permettere ai lavoratori di guadagnarsi da vivere in modo sostenibile. L’evoluzione del concetto si definisce in seguito in studiosi medievali che sostenevano il diritto ad un giusto salario,collegato a quello dei giusti prezzi, ovvero ciò che consentiva a tutti di accedere al necessario: prezzi e salari che impedivano l’accesso alle necessità primarie erano considerati ingiusti in quanto avrebbero messo in pericolo la virtù del cittadino.

2.1 La trappola Malthusiana

Dal punto di vista della teoria di Malthus, il salario di sussistenza è il risultato naturale della combinazione delle due variabili popolazione e risorse primarie; tale combinazione permette di fissare il reddito pro-capite al livello di sussistenza nella misura in cui ognuno possa accedere ad una retribuzione dignitosa. Ogni volta che il livello del reddito è superato, vi è una tendenza all’aumento della natalità, poiché condizioni più agiate permettono di avere più figli; nel lungo periodo si produce così un’espansione dell’offerta di lavoro che però può essere soddisfatta solo attraverso una riduzione del livello retributivo che, inevitabilmente, riporta il reddito al rango della sussistenza. Questo agire può essere riassunto nella definizione di “trappola Malthusiana”: ogni tentativo di miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori risulta inutile, poiché inevitabilmente si ritornerebbe all’approvazione del salario di sussistenza.

3. Dal punto di vista odierno

La teoria economico-sociale di Malthus è in linea agli eventi accaduti nel corso della storia mondiale: la popolazione vede il proprio sviluppo in ottica positiva, è sempre in crescita, non si arresta mai se non a causa di eventi/catastrofi naturali, epidemie e/o carestie.

Il miglioramento della qualità di vita avvenuto negli ultimi decenni grazie ad una miglior igiene, allo sviluppo della scienza, della tecnologia etc. ha permesso uno sviluppo esponenziale della popolazione mondiale, con conseguenze positive per tutti. Tale azione però non è completamente distaccata dalla realtà definita da Malthus: diversi avvenimenti,naturali o preventivi, hanno frenato l’incremento demografico. Un esempio vicino ai giorni nostri è la pandemia da Covid-19 scoppiata nel 2020: il nuovo virus in circolazione ha causato decessi immediati e/o problematiche di salute rilevanti causa di morte negli anni successivi. Un altro esempio da considerare è la politica del controllo delle nascite attuata in Cina negli anni ‘70 del ‘900 “ha evitato la nascita di circa 400 milioni di bambini, frenando la crescita esplosiva della popolazione cinese e garantendo un maggior benessere per le famiglie e meno spese per lo stato”; questa strategia politica ha permesso al governo cinese di controllare l’evoluzione della popolazione, garantendone la crescita in linea con le effettive risorse a disposizione. Tali avvenimenti confermano in pieno ciò che Malthus ha definito: la vita sulla terra prosegue e si sviluppa in modo armonioso con la natura, in cooperazione con essa, il benessere della popolazione ed il proprio sviluppo dipendono anche da eventi inaspettati, catastrofi, scelte politiche determinate, che rendono stabile l’equilibrio delle parti in gioco (risorse primarie-popolazione).

Purtroppo però, non tutto ciò che accade rispecchia la verità naturale delle cose: i freni preventivi e naturali accaduti nella storia non sono stati puramente adeguati, al contrario, spesso macchinosi e forzati dalla mano dell’uomo. La pandemia da Covid-19 ha avuto una gestione a livello sanitario del tutto errata, prediligendo la scelta di un vaccino sperimentale che nella maggior parte de casi è stato causa di altre morti e/o problematiche di salute, aumentando così i decessi invece che diminuirli, nonostante sia stato definito come la soluzione migliore per sovvertire il virus in circolazione; il controllo delle nascite in Cina d’altro canto è stato gestito in modo brutale, attraverso minacce, vessazioni, aborti forzati o veri e propri omicidi (termine della gravidanza già al sesto mese compiuto).

4. Dal punto di vista psicologico

Di fronte agli avvenimenti che definiscono l’andamento dello sviluppo demografico, la popolazione non si pone in un ottica di comprensione poiché ciò che accade avviene per mano dei politici (freni preventivi) o per cause naturali (freni naturali), dunque non vede la necessità di capirne i meccanismi: in entrambi i casi è una forza superiore che decide e che ne ha la responsabilità. Da questo punto di vista il cittadino medio si trova spesso in balia degli eventi senza avere la conoscenza adeguata per gestirli, comprenderli e muoversi di conseguenza; nella maggior parte dei casi la popolazione segue ciò che viene detto di fare nella misura in cui non deve spendere varie energie per pensare con la propria testa. Questa visione è molto triste e delinea un essere umano sottomesso e senza un giudizio critico interno che permetta una gestione e visione personale della propria vita. Questo modus operandi, definisce una popolazione privata del potere decisionale e di pensiero, che segue gli eventi senza prendere iniziativa: una popolazione semplice da gestire e da manipolare. L’essere umano però, non è un oggetto da modellare a proprio piacimento, egli ha una vita, presenta i propri pensieri e dei bisogni che vanno oltre quelli economici e/o politici postulati. La teoria Malthusiana non vede l’essere umano come un animale sociale che vive la propria vita in modo naturale e dignitoso: la popolazione è delineata dal punto di vista economico e, a livello sociale, il cittadino non è definito come un essere con degli altri bisogni oltre a quelli primari di sussistenza e quelli economici che ne permettano il sostentamento. Se si prende in esame la teoria da questo punto di vista, l’uomo ed il proprio sviluppo a livello di popolazione, fanno parte di un divenire economico distaccato da un divenire umano e naturale: l’essere umano sotto quest’ottica è un numero, tutta la popolazione lo è, in relazione allo sviluppo delle risorse primarie e del reddito economico che permette il sostentamento. L’essere umano come un numero, definisce una teoria fredda e lontana dai reali bisogni da esperire; la popolazione non è solo questo, non definisce i propri bisogni solo nei mezzi primari o nel proprio salario: l’uomo vive circondato da tanti bisogni personali diversi che si pongono come base della vita quotidiana.

Per spiegare in modo più approfondito il tema dei bisogni umani, prendiamo in considerazione lo studio condotto da Abraham Harold Maslow,il quale nel mondo della psicologia è celebre per aver postulato nel 1954 la piramide dei bisogni.

4.1 La piramide dei bisogni di Maslow

Lo studioso fa riferimento ad una gerarchia di bisogni che sono incondizionati e che possono essere utilizzati come basi sulle quali costruire apprendimenti e condizionamenti.

I bisogni fondamentali indicati sono:

  • Bisogni fisiologici (fame, sete, sonno)
  • Bisogni di sicurezza (sicurezza, stabilità, dipendenza, protezione, libertà dalla paura e dall’ansia)
  • Bisogni di appartenenza (affetto, di amore e di appartenenza)
  • Bisogni di stima (il bisogno di essere rispettato, approvato, riconosciuto)
  • Bisogni di auto-realizzazione (realizzare la propria identità in base alle proprie aspettative)

I bisogni fisiologici sono i primi ad essere realizzati, poiché definiscono quei bisogni essenziali nella vita di un uomo, per tale motivo sono definibili come bisogni primari; appena questi sono appagati, l’essere umano incentra le proprie energie su altri bisogni che per lui sono importanti: i bisogni secondari (sociali e relazionali).

5. Conclusioni

L’essere umano è un animale sociale che vive a stretto contatto con i propri simili in armonia con la natura e ciò che lo circonda, è dunque inevitabile prendere in considerazione lo sviluppo demografico della popolazione mondiale sia dal punto di vista sociale che naturalistico; la relazione tra le parti è reale, e ciò che ne consegue non può essere ignorato: la popolazione è influenzata da fattori sociali e naturali sia per quanto riguarda l’incremento demografico, sia dal punto di vista economico per lo sviluppo ed il corso dell’economia mondiale. La teoria economico-sociale postulata da Malthus, racchiude questo pensiero e ne definisce le particolarità, i limiti e le criticità: rispecchia l’andamento dello sviluppo demografico in relazione ai fattori sociali, naturali ed economici definiti. Leggendo tale pensiero dal punto di vista psicologico, è necessario sottolineare che l’essere umano non dipende solamente dai fattori sociali e naturali elencati, e soprattutto non definisce il proprio sviluppo solo in relazione ad una crescita economica adeguata. Questa visione semplicistica della popolazione è deleteria, soprattutto quando vengono prese decisioni politiche importanti alla volta di un bene superiore (la società), sottomettendo la popolazione ad agire in un certo modo. Seguendo tale linea di pensiero, l’essere umano non è altro che un animale sociale che risponde alle richieste esterne; al contrario l’uomo risponde a bisogni fisiologici e sociali di appartenenza che ne garantiscono la sopravvivenza e di godere del proprio tempo, permettendo così di porre le basi per una vita positiva ed armoniosa.

SITOGRAFIA

1. La teoria Malthusiana dal punto di vista sociologico ed economico [https://www.treccani.it/malthusianesimo]

2. Il salario di sussistenza e la trappola Malthusiana [https://www.treccani.it/enciclopedia/sussistenza/]

3. La politica del figlio unico in Cina [https://www.treccani.it/enciclopedia/figlio-unico-politica-del_%28Lessico-del-XXI-Secolo%29/]

4. La piramide dei bisogni di Maslow [https://www.sopravvivere.org/la-piramide-dei-bisogni-di-maslow]

Fra le trame della guerra in medio oriente

Storia e psicologia.

scritto da Marika Massella, dottoressa in psicologia

1. Introduzione

Il conflitto Palestina-Israele fonda le su radici lungo la storia del secolo scorso, anche se i dissapori esistevano già da tempo, causati da una migrazione in massa del popolo israeliano verso la Palestina musulmana “Anche se la migrazione di ebrei europei verso questo territorio [la Palestina]era cominciata già alla fine del ‘800, il fenomeno divenne più consistente con la fine della Prima guerra mondiale (…)”1. Il conflitto sottolinea la necessità di un popolo, quello israeliano appunto, di avere una terra, di poter definire la propria cultura all’interno di un paese; necessità che si scontra inevitabilmente con la presenza di un altro popolo, di un’altra cultura (quella palestinese) che vive ed abita la suddetta terra. Il conflitto dunque si riassume nella contesa di una posto tra chi cerca di affermare la propria cultura cercando di porre le proprie basi finalmente da qualche parte e chi si vede portare via la propria terra ed i propri luoghi di appartenenza.

2. Un po’ di storia

2.1 Prima e seconda guerra tra Palestina ed Israele

La migrazione del popolo israeliano verso la terra palestinese inizia alla fine dell’800 e prosegue per tutto il ‘900 passando attraverso scontri, momenti di guerra e situazioni di pace momentanea.

Nel 1948, subito dopo la fine della 2’ guerra mondiale, l’ONU riconosce uno stato di Israele in terra Palestinese, è il 15 maggio, otto giorni dopo, l’Egitto, la Giordania e la Siria attaccano il neonato Stato con il motto “la Palestina è un paese arabo da 12 secoli e tale deve rimanere”; dopo 25 giorni l’ONU impone il cessate il fuoco con la risoluzione 181, Israele riesce ad estendere i propri confini incorporando la Galilea orientale, il Negev e Gerusalemme ovest e un milione di profughi palestinesi è costretto a muoversi dai territori conquistati, lasciando le proprie terre e le proprie case2. Termina così la prima guerra tra arabi ed ebrei, ma l’odio rimane vivo e viene alimentato attraverso piccole guerriglie e scontri soprattutto nei luoghi di confine, provocando un contingente numero di morti e feriti negli anni a seguire, a tal proposito durante la Seduta del Consiglio di Sicurezza del 1955, si afferma la necessità di delineare una zona neutra presso Gaza, con lo scopo di diminuire ed eliminare tali scontri continui; nonostante ciò, già nella primavera del ‘56 altri combattimenti erano agiti in territorio palestinese, il quale si è trovato a vivere nuovamente la paura di una guerra imminente: il presidente egiziano Nasser decide di bloccare gli stretti di Tiran e il golfo di ‛Aqaba, impedendo così l’accesso al mare ad Israele, l’esercito israeliano rispose avanzando fino al canale di Suez. Durante questa seconda guerra fra le parti in gioco, vediamo Francia e Gran Bretagna unirsi al conflitto, mossa condannata da ONU, URSS e USA i quali inviarono in loco una forza di interposizione, i caschi blu3, con lo scopo di far ritirare le forze francesi, anglosassoni ed israeliane. Al termine dello scontro viene ristabilita la libertà di navigazione ad Israele.

2.2 La guerra dei sei giorni e le fazioni rivoluzionarie arabe

Una nuova scintilla tra i popoli scoppia a giugno 1967: con un offensiva lampo, Israele minaccia di attaccare la Siria la quale risponde in modo imminente piazzando militari presso la regione del Sinai con lo scopo di difesa; dal proprio canto Israele afferma che la Siria da mesi era diventata un campo trincerato dove si addestravano militari pronti per un offensiva, e per questo motivo ha dovuto mobilitarsi per difendersi. Qualunque sia stato il reale motivo della nuova scintilla, essa è scoppiata e fatta tacere nel giro di 6 giorni, durante i quali Israele occupa Gaza, il Sinai (Egitto), la Cisgiordania, Gerusalemme Est (Giordania) e l’altopiano del Golan (Siria): “la guerra del giugno 1967 ha rappresentato un punto di svolta decisivo nella storia del moderno Medio Oriente. Ha ridefinito i contorni del conflitto arabo-israeliano nonché i termini della sua soluzione”4. Grazie all’esito positivo della guerra, Israele estende i propri confini e può unificare Gerusalemme sotto la propria sovranità, proclamandola capitale “unita e indivisibile” nel 19805. Successivamente alla guerra dei sei giorni, la tensione tra i popoli rimane alta e soprattutto risente delle emozioni negative provate dalla frangia araba, che si è vista sconfitta in seguito a tale attacco a sorpresa; la tensione rimane costante attraverso attentati e scontri mossi dai guerriglieri arabi, in particolare dai fedayn, letteralmente “pronti a morire per la propria patria”6. Le milizie arabe rimangono ferme nei propri principi e nelle proprie credenze, senza scendere a compromessi; anche di fronte alla risoluzione adottata all’unanimità dall’assemblea generale delle NU (22 nov. 1967)7 non cambiano le proprie idee, le quali rimangono ben salde nella fede alla propria terra natale: “noi per principio non accettiamo nessun atto che sia firmato dagli Stati Uniti che negli ultimi anni non hanno fatto nulla nei confronti degli arabi, per questo non possiamo accettare le risoluzioni da loro ispirate e continueremo a combattere. Noi rifiutiamo le risoluzioni dell’ONU, siamo disposti solo a combattere per liberare le Palestina che ci è stata tolta dagli israeliani che consideriamo stranieri” […] “Rifiutiamo di accettare qualsiasi risoluzione che ci impedisca di tornare alle nostre case8. L’organizzazione che unisce i guerriglieri arabi prende il nome di OLP (organizzazione per la liberazione della Palestina – istituita nel 1967) che fu coinvolta, nel corso degli anni ‘70 e ‘80 del ‘900, in una serie di atti di guerriglia e di terrorismo internazionale e interarabo9.

2.3 La guerra dello Yom Kippur e gli accordi di Camp David

Dopo alcuni anni di silenzio, nell’ottobre del ‘73 scoppia la quarta guerra fra le parti in gioco, denominata “dello Yom Kippur” (nome che deriva dalla festività ebraica accaduta nel giorno di inizio del conflitto) la quale vede la volontà del popolo arabo di riconquistare la penisola del Sinai: attraverso un attacco a sorpresa l’esercito egiziano occupa la penisola del Sinai e contemporaneamente la Siria attacca le alture del Golan, ponendo Israele in una posizione di difficoltà; le sorti si ribaltano velocemente e la guerra termina con una risoluzione dell’ONU dopo tre settimane portando anche alla definizione degli accordi di Camp David nell’autunno del 1978: il presidente americano Carter, il presidente egiziano Sadat e il primo ministro israeliano Menahem Begin si riuniscono per delineare una soluzione definitiva e giusta, definendo due principi fondamentali: la pace in Medio Oriente e la pace tra Israele ed Egitto. Tali accordi videro una risoluzione parziale: alla Palestina non fu infatti riconosciuta l’indipendenza nazionale (come richiesta attraverso il primo principio) e negli anni successivi le tensioni e le conflittualità tra i paesi non diminuirono; nonostante ciòle truppe israeliane iniziarono la propria smobilitazione dalla Penisola del Sinai (come richiesto con il secondo principio): nell’aprile del 1982 l’occupazione israeliana terminò definitivamente e i rapporti tra le due fazioni iniziarono a normalizzarsi.

2.4 Gli anni delle Intifada

Malgrado la situazione stabile, gli anni a seguire sono caratterizzati da numerose tensioni interne: dalla frangia araba iniziano alla fine degli anni ‘80 una serie di proteste (intifada10) atte a difendere il proprio diritto nazionale non riconosciuto e si vede la nascita del Movimento della Resistenza Islamica (Hamas). Dalla parte israeliana vediamo l’ascesa al governo di Netanyahu (1996) evento che in simultanea con altri fattori, bloccarono i negoziati lasciati in sospeso dagli Accordi di Oslo11, sferrando così un duro colpo al processo di pace.Nei successivi venti anni la tensione tra i popoli rimane molto alta con il susseguirsi di nuovi scontri e guerriglie che vedono sempre in prima linea i rivoluzionari arabi con l’intento di riconquistare i propri diritti perduti (seconda e terza intifada12); il clima guerrigliero pone i popoli a vivere nella paura e nel terrore, senza una conclusione che possa porre la parola fine a tanti anni di scontri.

2.5 Tempi odierni

È nell’autunno del 2020 che nuovi accordi vengono presi fra i paesi, ponendo così le basi per una condizione di pace; gli Accordi di Abramo permettono di riconoscere pari dignità e diritti al popolo israeliano e palestinese, con lo scopo di un cessate il fuoco e di una coabitazione serena ed in pace: “noi sottoscritti riconosciamo l’importanza di mantenere e rafforzare, in Medio Oriente e in tutto il mondo, una pace fondata sulla comprensione reciproca e sulla coesistenza, nonché sul rispetto della dignità umana e sulla libertà, compresa la libertà di religione13. Questo momento segna finalmente il termine delle tensioni, la cessazione della conflittualità e della paura ed il riconoscimento della pace tra i popoli14 per regolare il dialogo, la cooperazione e una buona relazione fra le parti. Fino ad arrivare ai giorni nostri: il 7 ottobre 2023 il gruppo radicale Palestinese di Hamas, attacca via aerea, mare e terra, Israele.

Perché? Cosa ha causato un attacco così cruento, riaccendendo la fiamma dell’odio e della paura?

Per rispondere a queste domande legittime, che celano migliaia di morti (appartenenti ad entrambe le fazioni), approfondiamo la relazione tra, e la storia dei, popoli Israeliano e Palestinese attraverso un excursus psicologico, che ci permetterà di comprendere le basi mentali che hanno mosso periodi di tensioni e guerre in Medio Oriente lungo il corso del secolo scorso arrivando fino ai giorni nostri.

3. Psicologia dell’appartenenza

Lo sviluppo dell’uomo passa attraverso tante variabili che possiamo riassumere in tre macro-categorie: componente biologica, componente psicologica e componente sociale, le quali si intersecano lungo la vita del singolo; la componente sociale nello specifico racchiude i valori ed i sentimenti connessi alle dinamiche sociali, dunque alle relazioni interpersonali che l’individuo agisce con e tra i propri simili. Le aggregazioni garantiscono all’individuo il confronto, l’aiuto e la condivisione, elementi necessari per una vita felice e ad uno sviluppo sereno. Sentirsi parte di qualcosa assicura l’uomo contro la solitudine e soprattutto ne permette il riconoscimento e la definizione di un proprio valore personale: “l’appartenenza è il senso di inclusionee la percezione del proprio valoreall’interno di un contesto15. Il senso di appartenenza è un sentimento comune di tutta l’umanità che permette all’essere umano di definirsi all’interno di un gruppo di propri simili; dal punto di vista sociale è uno dei bisogni primari dell’uomo16 poiché consente la formazione della propria individualità attraverso il rapporto ed il confronto con l‘altro diverso da sé. Sentirsi appartenenti a qualcosa, che sia un luogo, una religione o un gruppo di persone, aiuta l’uomo a definire se stesso, a costruire la propria persona, il proprio sé.

4. Psicologia della casa

La sicurezza ed il senso di protezione sono elementi presenti in primo luogo nel rapporto duale madre-bambino, diade che rappresenta il primo legame che l’infante possa esperire; tale rapporto si definisce all’interno del concetto di attaccamento: “il piccolo non ricercava solo il nutrimento (…) il legame [tra madre e bambino], l’attaccamento, era legato alla ricerca di protezione, di serenità, di calore affettivo, di sensibilità da parte della madre”17Il concetto di attaccamento fonda le sue radici nella psicologia dello sviluppo, precisamente negli studi di John Bowlby, il quale ne ha permesso la definizione attraverso osservazioni e studi sperimentali: il rapporto madre-bambino caratterizzato da fiducia, amore e serenità, definisce un legame sano e sicuro, al contrario, se le basi fondano le proprie radici su insicurezza, paura e disorganizzazione, si osserverà un legame insicuro e problematico18. Il rapporto madre-bambino rappresenta dunque il primo legame d’amore, che racchiudendo varie emozioni e sentimenti, determinando per l’infante le proprie relazioni future: “Gli adulti ripropongono i modelli di relazione interiorizzati nell’infanzia grazie ai modelli operativi interni, ovvero rappresentazioni mentali che contengono un grande numero di informazioni, su di sé e sulle figure di attaccamento, che riguardano la maniera più probabile in cui ciascuno risponderà all’altro con il cambiare delle condizioni ambientali19”.

Osservando questo concetto dall’alto, potremmo definirlo all’interno di un ottica a più livelli: nel primo poniamo la diade madre-bambino e in un secondo livello la propria casa e la propria famiglia. Tale descrizione non ha fondamento scientifico, ma può essere interpretata logicamente prendendo in esame i sentimenti che scaturiscono dal primo legame d’amore e come questi possano essere traslati in egual misura nei confronti della propria casa; infatti concetti come senso di appartenenza, senso di sicurezza e di protezione, sono esperiti dall’individuo anche nei confronti della propria casa e famiglia di appartenenza. La casa rappresenta per l’uomo un posto sicuro, un luogo in cui potersi rifugiare al riparo da tutti e da tutto. Psicologicamente parlando, è sinonimo di zona di comfort, posto in cui risiedono le proprie radici ed i propri valori, rappresenta un legame con la propria famiglia e con il proprio passato: la casa è per l’uomo un luogo di protezione e di serenità.

5. Psicologia della nazione

Ad un livello superiore, la casa veste i panni della città natale, per la quale si provano le stesse emozioni citate nel paragrafo precedente, e ad un livello ancora più alto, riporta alla regione ed alla nazione di provenienza. Sentire di fare parte di una nazione coesa, la quale è per e con il cittadino permette al singolo di esperire sentimenti di sicurezza e protezione: l’individuo si sente al sicuro all’interno di una realtà più grande di lui la quale lo protegge e si muove anche in suo favore. Per psicologia della nazione possiamo intendere tutti questi sentimenti già citati che l’individuo prova nei confronti dalla propria nazione natale e di come, sentendosi protetto ed al sicuro, possa riversare verso di essa la propria fiducia, ripagata da diritti e libertà riconosciute. Riconoscersi dunque all’interno di una nazione è sinonimo di forza coesa, di senso di appartenenza e soprattutto di senso di protezione; questi sentimenti sono esperiti da tutti i cittadini nei confronti della patria natale. Non sempre però il rapporto è positivo e sano (in parallelo con gli studi citati sull’attaccamento), può accadere che la propria nazione non sia sinonimo di sentimenti positivi, può succedere che essa non riconosca ai cittadini i giusti diritti e libertà e non riesca a proteggerli come dovrebbe; è inoltre possibile che non esista affatto, come nel caso del popolo israeliano, il quale si trova orfano di una nazione riconosciuta. È all’interno di questo discorso, insito nella psicologia sociale, che possiamo ragionare sull’importanza che qualunque popolo dà alla propria nazione di appartenenza; tutte le culture risiedono in un qualche posto: ogni stato è tale perché presenta una nazione fisica nella quale opera e sulla quale vivono i propri cittadini. Un contesto concreto permette una buona stabilità ed un senso di appartenenza reale, i cittadini che vivono una terra sentita ed esperita come propria, sviluppano per essa un forte senso di appartenenza, sentimento che permette loro di viversi in modo coeso e di sentirsi connessi gli uni agli altri.

6. Psicologia tra i popoli

Riprendendo il discorso espresso nei paragrafi precedenti, dunque, da un punto di vista umano, la necessità espressa dal popolo israeliano è legittima: rivendica un luogo, una terra alla quale poter finalmente appartenere; il popolo israeliano esiste senza una nazione in terra, questa mancanza si riflette inevitabilmente a livello psicologico come un’assenza di base sicura alla quale potersi affidare e per la quale provare un senso di appartenenza. Questa situazione influisce di conseguenza la popolazione spingendola a ricercare un luogo fisico nel quale poter fondare la propria cultura, così da sentirsi finalmente appartenente ad un posto. Da tali presupposti inizia lo scontro denominato “guerra infinita” quasi 100 anni fa, inizia dalla necessità di un popolo di fondare il proprio stato da qualche parte nel mondo, purtroppo però, senza prendere in considerazione le conseguenze umane ed umanitarie che questo proprio diritto possa causare nella popolazione già presente in loco: dal punto di vista umano la migrazione che il popolo palestinese ha subito può essere definita un sopruso, un atto di forza e di prepotenza agito con lo scopo di conquista. Il popolo palestinese si è visto portare via la propria terra, le proprie case, i propri posti, la propria appartenenza e senso di sicurezza nazionale. Ci si trova così di fronte ad una situazione paradossale: la necessità da una parte di fondare la propria nazione a discapito di un altro popolo che se la vede portar via. Il senso di rivendicazione è dunque vissuto da entrambi i popoli, i quali per motivi diversi, si trovano a rivendicare i propri diritti e libertà nei confronti di una nazione fisica: da una parte è presente la necessità di rivendicare il proprio diritto al suolo, dall’altra la perdita del proprio territorio, da un lato c’è la rivendicazione della propria razza su una nazione, dall’altro vediamo la confisca dei luoghi in cui era stata fondata la propria patria; insomma un tira e molla tra chi ha più ragione e tra quali diritti siano più importanti, purtroppo però, a discapito di migliaia di civili straziati da anni di guerra, saccheggi, rapimenti, tanta violenza e fiumi di sangue.

7. Ultime riflessioni

Questo saggio di carattere storico e psicologico fra le trame della guerra in medio oriente ha permesso di comprendere le motivazioni che ne sono alla base garantendoci una visione a tutto tondo soprattutto imparziale; è chiaro che le colpe siano condivise e dunque non sono in errore esclusivamente gli “arabi terroristi” e non sono responsabili solo gli “ebrei conquistatori”: per motivazioni diverse, entrambi i popoli hanno agito in nome dei propri diritti da rivendicare. Questa riflessione conclusiva consente semplicemente di avere una conoscenza obiettiva degli avvenimenti, poiché, purtroppo, la storia è spesso riscritta senza dare giustizia a ciò che realmente è accaduto: quello che viene tramandato e studiato non sempre fa riferimento alla verità. Per esprimere meglio questo concetto, prendiamo in esame ciò che si è verificato successivamente alla scoperta del nuovo mondo da parte di Cristoforo Colombo: i coloni europei forti, con le armi e ben organizzati, sono riusciti a conquistare i possedimenti dei nativi americani, ad ucciderli (quasi sterminandoli), così da conquistare in toto le loro terre e fondare nuove nazioni. Questo sopruso è stato raccontato da svariati film attraverso un quadro idealizzato e romantico delle imprese di cowboy e coloni contro i “selvaggi” delle praterie20che non rende giustizia ai nativi, anzi vede i conquistadores come degli eroi, ribaltando le parti in gioco facendo passare per buoni i carnefici e come cattivi le vittime. Credo sia giusto esaminare tale avvenimento per far sì che chiunque guardi alla storia possa farlo sempre con una mente aperta e dubbiosa, ovvero che possa in ogni caso ricercare la verità e non prendere per buono solo ciò che viene raccontato. Questo perché è doveroso far sì che la memoria non venga ingannata e modificata a discapito della verità; se la storia ripropone gli eventi senza veridicità, ma solo con lo scopo di tramandare esclusivamente parte di essa nascondendo quello che realmente è accaduto, alla fine come si fa ad analizzare obiettivamente gli eventi? Studiare oggettivamente la storia permette all’essere umano di non ripetere gli stessi errori e di continuare ad agire in nome della giustizia, della libertà e della pace. Ritornando dunque all’argomento di questo saggio, potrà avere una sorte simile la ricostruzione negli anni del conflitto in medio oriente? Potrà essere raccontata una mezza verità a discapito di ciò che veramente è successo, facendo sì che si addossi la colpa solo ad una delle fazioni? Solo la storia potrà risponderci, sperando in un risvolto sereno, giusto, obiettivo e pacifico.

8. SITOGRAFIA

APPROFONDIMENTO STORICO

https://www.treccani.it/enciclopedia/guerre-arabo-israeliane

https://www.assopace.org/index.php/doc-multimedia/focus/focus-palestina/storia-palestina/175-storia-palestina-1918-1948#:~:text=1918%20%2D%20La%20Palestina%20%C3%A8%20governata,leggi%20turche%20fino%20al%201920

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/escalation-israele-palestina-12-grafici-per-capire-come-siamo-arrivati-fin-qui-126406

https://www.raiplay.it/video/2023/11/Speciale-Tg1-La-guerra-infinita-d17dbbc0-ab1c-4b07-85b6-c44370f9cc7f.html

https://www.treccani.it/enciclopedia/caschi-blu

https://pages.di.unipi.it/gallo/ScienzaePace/Guerra6Giorni.html

https://www.treccani.it/enciclopedia/gerusalemme

https://www.treccani.it/vocabolario/fedayin

https://www.treccani.it/enciclopedia/risoluzione-onu-242_%28Dizionario-di-Storia%29

https://www.treccani.it/enciclopedia/olp_%28Dizionario-di-Storia%29

https://www.studenti.it/medio-oriente-dalla-guerra-del-kippur-agli-accordi-di-camp-david.html

https://www.treccani.it/enciclopedia/intifada

https://tg24.sky.it/mondo/approfondimenti/intifada-cosa-e#:~:text=La%20prima%20%C3%A8%20del%201987,recenti%20del%20conflitto%20israelo%2Dpalestinese

https://www.treccani.it/enciclopedia/oslo_%28Dizionario-di-Storia%29

https://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/Gli_Accordi_di_Abramo_un_anno_dopo.html

APPROFONDIMENTO PSICOLOGICO

https://www.unobravo.com/post/senso-di-appartenenza-ed-espatrio

https://www.sopravvivere.org/la-piramide-dei-bisogni-di-maslow/

https://www.stateofmind.it/attaccamento

https://www.istitutobeck.com/psicoterapia-bambini/il-legame-di-attaccamento-concetti-chiave

Note:

1 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/escalation-israele-palestina-12-grafici-per-capire-come-siamo-arrivati-fin-qui-126406

2 I profughi troveranno asilo negli anni presso la Siria, la Giordania, l’Egitto; l’ONU destina vari fondi umanitari per loro, ma non bastano per vivere una vita dignitosa ed il desiderio di tornare alla propria terra cresce anno dopo anno. Nei campi profughi l’ONU si avvale di garantire il diritto all’istruzione, i ragazzi però, influenzati dall’ambiente circostante, invocano anche nelle aule l’odio verso gli israeliani, affermando la propria necessità di tornare in Palestina, che è la terra degli arabi.

3 Nati in questa occasione, sono soldati delle forze internazionali di pace dell’ONU, con compiti di controllo finalizzati al ripristino della normalità politica e civile nel paese in cui operano. Hanno ricevuto il Nobel per la pace nel 1988 [https://www.treccani.it]

4 https://pages.di.unipi.it/gallo/ScienzaePace/Guerra6Giorni.html

5 https://www.treccani.it/enciclopedia/gerusalemme/

6 «devoto, votato (a un ideale e alla morte)» – Denominazione, nei sec. 12° e 13°, degli appartenenti alla setta musulmana degli assassini, ripresa successivamente dai volontari arabi della resistenza palestinese nella lotta contro Israele [https://www.treccani.it]

7 Con la quale si stabilivano i due principi fondamentali di risoluzione del conflitto israelo-palestinese: «terra in cambio di pace» ossia ritiro di Israele dai luoghi occupati in cambio del riconoscimento da parte degli Stati arabi; «giusta soluzione del problema dei profughi» interpretabile come diritto al ritorno dei profughi palestinesi o come compensazione politica ed economica. Entrambi i principi generarono, immediatamente e nel seguito, interpretazioni contrastanti, e non sono stati finora attuati [ibidem]

8 Intervista ai fedayn – Documentario ‘La Guerra Infinita’ Rai Play, Speciale TG1, 12/11/2023 (minuti 38-40 & 43-45).

9[https://www.treccani.it]

10 Dall’arabo «scuotimento» rivolta popolare sviluppatasi nei territori palestinesi occupati da Israele nel 1967. Estesa da Gaza alla Cisgiordania, fu caratterizzata da scioperi, dimostrazioni, scontri con le forze occupanti e azioni di disobbedienza civile [https://www.treccani.it]

11 Accordi fra le parti in gioco stipulati nel 1993; questi prevedevano finalmente la risoluzione a due stati, riconoscendo l’indipendenza della Palestina, l’istituzione di un’autorità Nazionale palestinese ed il ritiro militare israeliano dai territori occupati [ibidem].

12 Le intifada sono state tre: la prima nel 1987, “Intifada delle pietre”: una sommossa talmente imponente che rese difficile la controffensiva israeliana; la seconda scoppiata nel 2000, risultò ancora più violenta della prima: furono diverse le azioni di guerriglia e gli attentati kamikaze attuati in numerose città israeliane; la terza del 2015, si trattò di una violenta forma di lotta che avvenne in un periodo molto difficile durante i negoziati di pace tra Israele e Palestina. [https://tg24.sky.it/mondo/approfondimenti/intifada-cosa-e#:~:text=La%20prima%20%C3%A8%20del%201987,recenti%20del%20conflitto%20israelo%2Dpalestinese]

13 [https://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica]

14 Accordi siglati fra Israele, Emirati Arabi, Egitto e Giordania [ibidem]

15 https://www.unobravo.com/post/senso-di-appartenenza-ed-espatrio

16 Piramide di Maslow

17 https://www.stateofmind.it/attaccamento/

18 Gli stili di attaccamento si suddividono in sicuro ed insicuro; mentre il primo risulta essere univoco, il secondo riporta un’ulteriore suddivisione: insicuro evitante, insicuro ambivalente, disorganizzato. A seconda del rapporto instauratosi con la madre, il bambino farà esperienza di uno di questi stili, il quale definirà la base deli propri rapporti futuri; per ulteriori approfondimenti https://www.istitutobeck.com/psicoterapia-bambini/il-legame-di-attaccamento-concetti-chiave

19 https://www.stateofmind.it/attaccamento/

20 https://www.sopravvivere.org/chi-sono-gli-indiani-damerica-i-nativi-americani/

Consapevolezza situazionale

scritto da Marika Massella, dottoressa in psicologia

Consapevolezza situazionale: può la nostra percezione restringersi di fronte a situazioni stressanti?

Abstract

La società in cui viviamo è una società liquida, ovvero in continuo divenire; una società che ha perso i cardini collettivi di unione per fare posto ad una individualità incentrata sul presente e sulle possibili gratificazioni strettamente personali. L’uomo che vive questa società è anch’esso liquido: basa la propria esistenza su bisogni e valori momentanei ed effimeri, concentrando le sue forze per gratificazioni strettamente personali. La concezione di gruppo sociale e di aggregazione viene meno nella sua importanza antropologica e pedagogica per fare spazio ad un egoismo individuale basato sull’autoaffermazione. Questa tipologia di uomo e società, descrive una modernità caratterizzata da azioni e pensieri superficiali e momentanei: l’uomo risulta ignaro dei propri processi interni, i quali piuttosto che essere gestiti adeguatamente, vengono sopiti e nascosti alla propria mente cosciente. Questo modus operandi definisce un essere umano alla mercé di percezioni e sensazioni a discapito di una visione globale della propria vita, del proprio essere e del proprio rapporto con il mondo esterno.

In questo scritto ci soffermiamo sul processo interno che prende il nome di “stress”, con lo scopo di comprenderne la natura, capire il ruolo che ricopre nella vita dell’uomo e come possa essere gestito e controllato. Approfondiremo l’argomento con il fine di apprendere se la percezione individuale possa modificarsi e ridursi di fronte a situazioni stressanti.

1. La società e l’uomo moderno sono liquidi

Il termine società liquida deriva dalla descrizione del sociologo Zygmund Bauman, il quale nei primi anni del 2000 ha descritto la società moderna come priva di confini definiti e netti nei vari ambiti e costrutti dei quali essa è composta. La nostra società, afferma Bauman, è invasa da una sensazione generale di instabilità e incertezza che dilaga ogni aspetto della stessa: a partire dalle istituzioni (scuola, politica…) fino ad arrivare alle relazioni sociali, vediamo un senso di precarietà che rende ogni aspetto della vita effimero e rimodellabile, superficiale e facilmente riproducibile. Questo cambio di prospettiva definisce una società asettica e priva di valori, caratterizzata da credenze superficiali e non radicate: una società basata su bisogni non necessari, senza tempo e facilmente rimpiazzabili. La società liquida di Bauman descrive un modus vivendi sempre più egoistico a discapito dell’altro e della collettività, quest’ultima vissuta quindi non più come un rinforzo ed una protezione per il soggetto, bensì come un possibile pericolo ed ostacolo alla propria affermazione personale; in quest’ottica descriviamo un essere umano i cui valori e credenze sono effimeri e superficiali, definendo un appagamento essenzialmente momentaneo e non duraturo.

L’uomo moderno si avvale dunque dell’aggettivo “liquido”: egli, come la società in cui vive, non ha la possibilità di fermarsi e riflettere, è in costante movimento; l’uomo moderno “corre” la propria vita invece che viverla, perdendosi moltissimi dettagli importanti solo per perseguire soddisfazioni futili. Un uomo siffatto è sempre intento a sistemare qualche lavoro, a gestire qualche pratica, a tenere sotto controllo il proprio aspetto e la propria desiderabilità sociale1, il tutto corredato da relazioni interpersonali superficiali, basate sull’individualità e la necessità di autoaffermazione, a discapito della reale importanza data da un rapporto profondo fra individui. L’essere umano contemporaneo è un uomo senza tempo, senza un passato, ma definito dal proprio presente e dalle possibili gratificazioni future. Un essere umano liquido è costantemente investito dalla novità: nuove idee e credenze, nuovi incarichi e lavori, nuove prospettive e sviluppo… novità che non sono mai abbastanza in una società in continuo divenire; l’uomo risulta quindi infelice e sconfitto: l’abitudine della presenza continua di nuovi stimoli e sensazioni, porta l’individuo a volerne sempre di più per sopperire il proprio senso di vuoto e di noia, finché nulla sarà più gratificante o abbastanza interessante per saziare la propria necessità di avere. Un essere umano così descritto risulta schiavo e dipendente da ciò che lo circonda: solo quello che è al di fuori di sé può renderlo felice e grato, in quanto al proprio interno è ormai privo di valori profondi e assente della capacità di annoiarsi2.

2. Il mondo interiore dell’essere umano liquido

L’uomo moderno risulta manipolato dalla necessità di possedere e dalle gratificazioni esterne: egli agirà costantemente per ricercare approvazione e successo senza domandarsi mai nulla sul proprio sé, dunque sui propri sentimenti, emozioni e sensazioni; queste sono istanze che l’uomo liquido ha eliminato dalla rassegna della propria mente cosciente per fare spazio a pensieri inerenti l’apparenza, il successo e la continua conquista di averi. Un uomo così definito risulta ignaro dei propri stati interni, dunque in balia degli stessi senza che se ne renda conto o che possa gestirli adeguatamente, un qualunque segnale proveniente dal proprio corpo o dalla propria psiche non verrà ascoltato, ma soppresso: farmaci, alcool, droghe, relazioni effimere, oggetti di valore… sono tutti palliativi atti ad assopire le proprie sensazioni interne. Questo modus operandi è largamente diffuso nella popolazione mondiale per la sua economicità e gratificazione immediata: l’uomo moderno non è abituato a gestire e riconoscere i propri stati interni, dunque fa ricorso a modalità superficiali che garantiscono un benessere momentaneo, approssimativo e basato sul possesso.

3. Il sé come risultato della dualità mente-corpo

L’essere umano è un individuo complesso che si distingue dagli animali per la propria natura psichica: il sé è il risultato del rapporto esistente fra il corpo e la mente.

La dualità mente-corpo garantisce all’individuo di riconoscersi come tale all’interno del mondo e della società; questa interazione permette al soggetto di agire in base alle proprie credenze, valori, pensieri e necessità. La mente ed il corpo sono istanze primarie nella definizione del sé, in quanto descrivono entrambe una parte essenziale dell’individuo: l’una non può esistere separata dall’altra, e la loro continua interazione garantisce uno sviluppo ottimale della persona.

L’essere umano risulta quindi il risultato del rapporto esistente fra soma e psiche: un’interazione che definisce un complesso mondo interno, animato da sensazioni, percezioni, pensieri, emozioni…tutti processi grazie ai quali il sé interagisce con il mondo esterno. Questi processi agiscono spesso come segnali atti a comunicare qualcosa al sé, con lo scopo di metterlo in allerta e farlo agire; il fine ultimo risulta sempre la propria salvaguardia e sicurezza.

4. L’uomo contemporaneo in relazione ai propri stati interni

Le definizioni precedenti, inerenti la società liquida e l’uomo moderno, hanno sottolineato l’incapacità di quest’ultimo di riconoscere i propri stati interni a discapito di un’attenzione data al continuo divenire ed alla continua necessità di possesso; in questo modo qualunque stimolo proveniente dal proprio mondo interiore viene ignorato, non compreso e soppresso, con conseguenze altamente significative: trascurare tali segnali può determinare l’insorgenza di disturbi e/o problematiche psicosomatiche.

Uno degli stimoli importanti da monitorare è lo stress: i segnali stressogeni che il nostro corpo e la nostra psiche ci inviano sono campanelli d’allarme di problematiche esterne, o interne, che il sé cerca di gestire e controllare; se tale scopo non è raggiunto, ed i segnali non vengono colti e diretti adeguatamente, l’individuo si ritroverà ad esserne schiavo ed ignaro della loro gestione.

5. Il concetto di stress

Lo stress è una reazione emotiva a stimoli esterni (o interni) che suscitano risposte fisiologiche e psicologiche di natura adattiva o disadattiva: è una reazione funzionale di mantenimento dell’equilibrio da parte dell’organismo in risposta all’ambiente circostante, garantendo all’individuo di adattarsi al contesto ed alle sue richieste. Lo stress risulta essere una risposta specifica dell’organismo di fronte a stimoli, definiti stressor, che possono assumere valore negativo o positivo; esso permette al soggetto di riconoscere l’esistenza di variabili esterne o interne, incidenti sul proprio equilibrio emozionale e di omeostasi3 generale: è un campanello di allarme che permette di comprendere l’esistenza di qualcosa che sta influenzando il proprio sé.

Alla luce di queste definizioni, il concetto di stress non va valutato e giudicato negativo o positivo, ma con neutralità ed in modo obiettivo in quanto garantisce all’individuo di comprendersi e di comprendere ciò che lo influenza e/o lo colpisce: attraverso un’analisi profonda dell’evento (la stimolazione interna o esterna che ha provocato la risposta fisiologica dello stress), è possibile avere un’idea chiara su quali siano state le variabili agenti sul proprio stato d’animo, comprenderne le cause e capire le motivazioni per le quali abbiamo avuto un certo tipo di reazione e abbiamo agito in un certo qualmodo.

6. Il costrutto della percezione

La percezione è un processo di elaborazione cognitiva dell’informazione sensoriale: attraverso gli organi di senso veniamo in contatto con stimoli e informazioni, i quali vengono elaborati dal nostro cervello. Il processo della percezione permette di attribuire significato agli stimoli con cui si è entrati in contatto attraverso i nostri sensi; i vari processi che si susseguono all’interno del duo sensazione-percezione, sono tre:

  • recezione: attraverso gli organi di senso si entra in contatto con una forma di energia fisica (occhi-luce; orecchie-suono; pelle-tatto; naso-odori; bocca-sapori);
  • trasduzione: l’energia fisica con cui siamo entrati in contatto si trasforma in segnale nervoso;
  • trasmissione: il segnale nervoso arriva al cervello e poi viene elaborato dalle aree corticali (i neuroni sensibili si attivano all’arrivo del segnale).
    Attraverso l’elaborazione cerebrale siamo in grado di comprendere gli stimoli e i segnali provenienti dall’ambiente circostante: i nostri sensi sono le lenti attraverso le quali sperimentiamo il mondo esterno e il sistema nervoso è il traduttore che garantisce un passaggio adeguato degli stessi in segnali comprensibili per il nostro cervello.

7. L’importanza della variabile soggettiva

Una variabile estremamente importante all’interno degli approfondimenti psicologici, è la soggettività: l’individualità della persona, con tutte le sue sfaccettature provenienti dall’esperienza, dalla cultura di appartenenza e dalla propria personalità, permette al soggetto di agire secondo modalità proprie, distinte da qualunque altro essere umano; è un costrutto importante da tenere in considerazione poiché garantisce risultati del tutto specifici da persona a persona.

Per quanto riguarda il costrutto della percezione, prendiamo in esame la tesi psicologica della New Look of Perception descritta da Jerome Bruner: lo psicologo americano postulò che la percezione della realtà non sia solo un processo fisiologico, ma dipenda altresì dalla cultura e dall’esperienza dell’individuo. Questa definizione permette di vedere il costrutto percettivo sotto un’ottica nuova, che prende in considerazione l’importanza della soggettività all’interno del processo. Seguendo questa ipotesi, possiamo affermare che ciò con cui entriamo in contatto possa essere registrato e compreso in modo diverso a seconda della propria soggettività e individualità: i valori e i bisogni personali sono determinanti nel processo percettivo individuale.

8. Correlazione tra stress e percezione

Alla luce di ciò che è emerso, possiamo affermare che il costrutto percettivo è strettamente correlato a quello di stress nel modo che segue:

Quindi, data la percezione essere un costrutto potenzialmente influenzato dalla variabile soggettiva, la reazione emotiva causata dallo stressor, sarà alla pari modulata dalle peculiarità della personalità propria di ogni singolo individuo.

8.1 Può la nostra percezione modificarsi di fronte a situazioni stressanti?

L’elaborazione sensoriale è il primo stadio del processo percettivo (recezione), dunque, anche quando parliamo di stress, siamo di fronte a una elaborazione percettiva: le sollecitazioni esterne che entrano in contatto con la persona provocano in essa una reazione emotiva (definita come stress) che risulta essere soggettiva e individuale, proprio perché il costrutto della percezione dipende da variabili peculiari dell’individuo. La percezione individuale risulta quindi modificata di fronte a eventi stressanti: le peculiarità soggettive (cultura, esperienza….) influenzano la capacità di percepire l’ambiente esterno, quindi risulta personale anche la modalità in cui il soggetto vive la situazione di stress.

In conclusione la percezione dell’essere umano, di fronte a eventi che provocano stress, si modifica, si può assottigliare, ingrandire, modulare, insomma si ridefinisce proprio grazie alla natura soggettiva incarnata dalla percezione stessa: ogni persona reagisce e vive lo stress distintamente da qualunque altro essere umano. Alla stregua di tale discorso, la situazione stressante può far vivere peculiarità ambientali in modo diverso da persona a persona, proprio a causa della variabile soggettiva influente nel processo percettivo: l’uomo vive e percepisce la realtà in maniera individuale e personale.

SITOGRAFIA E BIBLIOGRAFIA

https://www.stateofmind.it/stress

https://www.stateofmind.it/2023/06/arousal-variabili-associate

https://www.stateofmind.it/percezione

https://www.treccani.it/vocabolario/societa-liquida_res-c0525b22-89ec-11e8-a7cb-00271042e8d9_(Neologismi)

In generale, l’esamina è frutto dei miei studi universitari: ho utilizzato appunti e approfondimenti provenienti dalle lezioni seguite durante il ciclo universitario triennale (Università degli studi di Firenze, Scienze e tecniche psicologiche) e quelle magistrale (Alma Mater Studiorum di Bologna, Psicologia scolastica e di comunità)

=======
Note:

1)Tendenza umana innata di compiacere e piacere ai propri simili

2)Il concetto della noia è vitale in quanto presenta all’individuo una situazione in cui egli non ha nulla da far o da ricevere, dunque può rimanere solo con se stesso ed i propri pensieri: questa possibilità garantisce all’uomo di riflettere sulla propria vita e sulle proprie azioni; permette introspezione e riflessione profonda del sé sul sé.

3)Il termine omeostasi fa riferimento al mantenimento costante delle funzioni di un organismo e delle caratteristiche chimico-fisiche del suo ambiente interno.