Mors Kochanski: concetti di sopravvivenza

Mors Kochanski è stato uno dei maggiori istruttori di bushcraft e sopravvivenza nella natura selvaggia. Le sue conoscenze erano quasi esclusivamente concentrate negli ambienti della foresta boreale (canadese) ma i concetti espressi possono considerarsi universalmente validi. Nato il 10 novembre 1940 a Prince Albert – Canada, è morto di tumore il 5 dicembre 2019.

I suoi insegnamenti possono essere riassunti in alcuni punti che è indispensabile conoscere nell’apprendere le basi della sopravvivenza

  • Impara conoscenze specifiche e applicale.
    “Più sai, meno porti con te”. Ha coniato questa frase, diventata poi famosa. In questo senso ha sempre insegnato la sopravvivenza nella natura con tutta una serie di istruzioni molto dettagliate che poi, messe in pratica, si sono rivelate sempre efficaci e risolutive.
  • Super shelter.
    Il “Super Shelter” è un particolare rifugio, veloce ed efficace ed è molto comodo quando si deve dormire riparati in ambienti invernali e freddi. La costruzione è semplice e veloce utilizzando pochi elementi: una struttura a letto rialzata coperta da rami, la parete posteriore è protetta con una coperta di emergenza riflettente (color argento o oro/argento di circa cm. 210×160) in Mylar e un foglio di plastica trasparente abbastanza lungo da arrivare davanti. Si predispone un focolare davanti ad una certa distanza che assicura aria calda che si intrappola nella struttura, senza pericolo di soffocamento per il fumo. Per costruire un Super Shelter servono alcuni accessori nel kit di sopravvivenza: un foglio di plastica di almeno 2 metri lineari, una coperta di emergenza riflettente (color argento o oro/argento di circa cm. 210×160) in Mylar, un po di cordame e ovviamente uno strumento da taglio e una sega.
  • Mangiare.
    Mors Kochanski è dell’idea che se devi consumare più energia di quanto spendi nel procurarti il cibo, nello sforzo, è meglio lasciare che il corpo entri in modalità di digiuno. Insomma, cacciare o procurarsi il cibo in altra maniera va bene, ma se si consuma più di quello che si incamera, il gioco non vale la candela. Il cibo è anche vitale per generare calore corporeo quando si è fuori nel freddo. Anche per questo suggerisce di portare nel kit di sopravvivenza cibo energeti pronto che può essere anche pemmican o moderni preparati energetici. Consiglia anche tecniche di caccia e pesca utilizzando trappole primitive, ma ammette che queste sono abilità avanzate e non sono sempre necessarie nella maggior parte delle situazioni di sopravvivenza.
  • Bere.
    E’ importantissimo bere. Nel kit ci dovrebbe essere una pentola o un recipiente in metallo di dimensioni adeguate in modo da poter far bollire l’acqua. Uno degli oggetti più difficili da fabbricare in natura, è una pentola per far bollire l’acqua e dove possibile cucinare. Si può potenzialmente creare un contenitore di corteccia piegato o mettere al suo interno acqua e rocce calde , ma è difficile e richiede tempo.
  • Dormire.
    E’ molto importante dormire per sopravvivere. Se la notte non si dorme si rallentano le funzioni cerebrali, non si riesce a pensare in modo idoneo e cala anche la voglia di rimanere in vita. In certi situazioni e con particolari climi diventa più facile dormire durante il giorno e stare sveglio la notte con un fuoco acceso.
  • Abbigliamento.
    L’abbigliamento ha un ruolo fondamentale per proteggere il corpo dalle condizioni climatiche esterne. Bisogna prestare attenzione a cosa si indossa o si porta per la protezione dal caldo e dal freddo.
  • Fuoco.
    I suoi “bastoncini di piume” sono diventati universalmente famosi. se il terreno è bagnato e c’è molta umidità nell’aria, insegna a creare un piccolo fascio di legnetti secchi di pino o altro e ad accendere il fascio tenendolo a livello della vita (per non farlo inumidire nel terreno). Quando prende fuoco, brucia rapidamente e si controlla con le mani senza farlo toccare nel terreno freddo e umido. Si può accendere al riparo dal vento e dalla pioggia e si ondeggia facilmente per ossigenarlo. Mors Kochanski insegna ad accendere il fuoco con i metodi classici per gli ambienti naturali e senza troppe risorse e insegna sopratutto come procurarsi esche e materiali incendiabili che si trovano in natura.
  • Attrezzi e utensili.
    Insegna a vivere nei boschi con il minimo indispensabile di equipaggiamento. Poco ma che sia estremamente efficace e questo richiede strumenti reali in grado di svolgere un qualsiasi lavoro con il minimo sforzo. Lui porta spesso una lama di sega ad arco legata alla cintura. Consiglia di non fare troppo affidamento su seghe a filo e lame di rasoio (quelle contenute nelle scatolette di emergenza che si trovano in commercio già confezionate), quando si cerca di sopravvivere l’ambiente e il clima non perdonano ed è necessario lavorare contro il tempo per proteggere il corpo nella nuova situazione che si è venuta a creare.
  • Essere preparati.
    Riprendere e analizzare bene i suoi detti “più sai, meno porti” o “la conoscenza non pesa nulla”. Con l’abilità e la conoscenza, si riuscirebbe probabilmente a vivere in modo accettabile utilizzando le risorse che si trovano nell’ambiente. Lui è anche un realista, significa che incoraggia ad avere un kit di sopravvivenza ben preparato. Un kit di sopravvivenza non è un suo concetto esclusivo ma sono molto importanti le sue raccomandazioni e i suoi consigli nell’assemblare un kit: abbigliamento adeguato, un coltello o uno strumento da taglio molto adatto al bosco, adeguato, una lama di sega ad arco, una pentola, un acciarino (ferrocerio) per produrre cascate di scintille, corda paracord a 7 o 9 fili e coperte di emergenza riflettenti (color argento o oro/argento di circa cm. 210×160) in mylar. Questi componenti principali che occupano poco spazio e hanno un peso ragionevole, aiuteranno a combattere la disidratazione, a stare al caldo e a costruire un riparo.
  • Il Jam knot.
    È necessario imparare ad utilizzare le corde e a saper fare qualche nodo essenziale. Mors Kochanski ha evidenziato un nodo fondamentale, il Jam Knot o Arbor Knot. Questo nodo trova un’ottima applicazione se si utilizza il paracord senza fili all’interno (solo la calza) e in una situazione di sopravvivenza, è particolarmente utile per legare insieme due pali di ricovero utilizzando molta meno corda rispetto ad altre legature standard.

Mors Kochanski… oggi, con internet è diventato semplice conoscere i suoi metodi e i suoi insegnamenti.

Sopravvivenza, resilienza, autosufficienza

Di seguito le definizioni mie personali (quello che penso) di sopravvivenza, resilienza, autosufficienza

SOPRAVVIVENZA: superare situazioni di estrema gravità, resistere a condizioni sfavorevoli o avverse. Tutto può succedere: il nostro ambiente, le nostre abitudini, le persone e la nostra vita di tutti i giorni ci potrebbero mancare all’improvviso, per tutta una serie di imprevisti: calamita’ naturali, interruzioni o profondi mutamenti dell’ordine sociale o politico, locale, nazionale o internazionale, guerre e altro. I survivalisti dovrebbero conoscere le basi per fronteggiare le emergenze quando necessario, alimentari, mediche e di salute. Dovrebbero predisporre un minimo approvvigionamento di alimenti e sopratutto di acqua che è fondamentale per la nostra vita, per superare i periodi iniziali del sorgere di una emergenza. I survivalisti dovrebbero comporre e mantenere un equipaggiamento minimo che li aiuti nei loro scopi.

RESILIENZA: la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici e scioccanti, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi con le opportunità positive che si possono trovare, senza perdere la propria identità. Sono persone resilienti quelle che, trovandosi in circostanze avverse, riescono, nonostante tutto e spesso contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e persino a raggiungere mete importanti. La resilienza è una capacità necessaria nel survivalismo.

AUTOSUFFICIENZA: bastare a sé stesso e, se necessario ai propri familiari. Disponibilità di energie e di mezzi sufficienti a far fronte alle proprie necessità. Capacità di provvedere a se stessi in autonomia e indipendenza, attraverso una serie di operazioni e abilità acquisite. L’autosufficienza deve riguardare le necessità basilari: riparo (abitazione e tutto quanto per farla andare avanti), acqua, cibo, abbigliamento e necessità di base che soddisfano i bisogni del nostro corpo.

Sopravvivenza in natura: situazione tipo

Come si vive in modalità sopravvivenza

Parliamoci chiaro: le situazioni di sopravvivenza in generale non sono stili di vita che possono essere scelti e ricercati (potrebbe anche essere, ma è raro), non ha molto senso vivere così, tuttavia ci sono alcune valide eccezioni.

Il survivalismo è una condizione di vita che può essere improvvisa e non voluta oppure però anche cercata per professione, per stile di vita o per passione e attività nel tempo libero.
Il survivalismo è una condizione di vita che richiede grandi sacrifici e mancanza di molte utilità e benefici ai quali siamo ormai abituati nella vita di tutti i giorni.

Aspettative di vita

un clochard per esempio che a torto o a ragione vive in perenne situazione di sopravvivenza, può vivere anche vent’anni meno, studi di settore indicano che molti non arrivano ai 70 anni.

una situazione di emergenza è anche un tenore di vita basso, con poche disponibilità alimentari e altre varie, poco accesso alle cure mediche e alle medicine.
Inoltre tanto dipende anche dal posto e dal modo in cui si è vissuti e non ultimo dal grado di sopportazione.

La storia vera di Christopher McCandless’s nel parco nazionale del Denali in Alaska (ci sono libri e film su di lui), è un classico esempio di come non si dovrebbe improvvisare quando si ricercano delle situazioni di sopravvivenza dove c’è poco cibo, dove ci sono poche attrezzature e sopratutto non si è mentalmente preparati e si hanno poche conoscenze di vita in solitario e lontano da tutto.

Situazioni tipo

In questo articolo, simulando una situazione tipo, si vedranno i modi in cui si possano procurare le cose di primaria necessità e in primo luogo il cibo, gestendolo in modo opportuno per tirare avanti il più possibile.
Non dimenticare che quando ci si trova improvvisamente dentro una situazione di sopravvivenza la paura e a volte il panico sono le condizioni più probabili con le quali avere a che fare prima ancora di pensare a tutto il resto. E’ difficilissimo liberarsene, più facile però è tenerle sotto controllo, con la conoscenza e le abiltà acquisite.

Immaginiamo la scena iniziale: intorno solo il nulla e il mondo vegetale più o meno ricco di risorse, senza elementi artificiali, presenze umane e in questa fase in forse anche le presenze animali. Solo silenzi e desolazioni.

La teoria è fatta di regolette, di priorità e cose simili. Nella pratica però le cose cambiano un pochino. Si deve obbligatoriamente disporre di acqua dolce non salata e cibo, che sono le vere e uniche necessità per sopravvivere. Al resto ci si pensa dopo perché un riparo momentaneo, che è una priorità immediata, lo si trova sempre, con poca fatica e in pochissimo tempo, inutile inizialmente perderci tempo e risorse utili. Intorno ci sono elementi o segnali che fanno ben sperare di trovare acqua e cibo?
Si parte sempre dall’acqua e si cerca di individuarne la presenza, con il minimo dispendio possibile di energie. Individuare possibilmente siti più facilmente fruibili come ad esempio fiumi, torrenti, ruscelli, laghi, … e così via. Non c’è molto tempo per trovare l’acqua e averla disponibile, un giorno, due al massimo, poi tutto diventa difficile.

  • regola numero uno: dedichiamo inizialmente solo il tempo strettamente necessario ad un riparo di fortuna. Lasciamo perdere ripari più sofisticati, protezioni e inutili fatiche.
  • regola numero due: Troviamo l’acqua!
  • regola numero tre: troviamo il cibo!

Il corpo umano può sopportare diverse settimane senza cibo, questo però in teoria, perché in pratica ci sono tanti problemi da affrontare e non si sta affatto bene senza mangiare. Dopo qualche giorno senza cibo, la fame procura vari disturbi, compresi quelli mentali che sono ancora più pericolosi. E’ necessario, subito dopo l’acqua procurare il cibo e anche in questo caso, con il minimo dispendio possibile di energie.
I metodi nel survivalismo per trovare il cibo sono, come già scritto in altri articoli, la raccolta e la caccia.
Entrambi richiedono sistemi statici o dinamici, più o meno dispendiosi e più o meno semplici da adottare. Si osserva, ci si mette in cammino e si cercano soluzioni il prima possibile.

Per la raccolta ci si orienta verso piante, erbe, semi, bacche e frutta, ma anche verso insetti (anche più grandi come cavallette, grilli e altri ortotteri) e larve, uova, miele selvatico o melata. E’ importante conoscere cosa si raccoglie in modo da non danneggiare l’organismo con assunzione di sostanze tossiche o nocive. Nel dubbio, meglio lasciar perdere e soffrire la fame.
Le prede più facili nella caccia sono piccoli mammiferi, rettili, roditori, pesci, crostacei, gasteroppodi terrestri e acquatici.

Nella raccolta e nella caccia, si utilizzeranno inizialmente sistemi statici (che non richiedono particolari impegni fisici, attrezzature anche autocostruite e conoscenza del territorio circostante), che richiedono un minore dispendio di energie. anche se non sempre si potrà mettere in atto la regola (bisogna prestare comunque attenzione a queste regole) che dice che se per procurarsi il cibo si spende più energia di quella che si reintegra con quanto procurato, dopo inutili consumi energetici che non portano a niente, sarebbe meglio entrare in modalità digiuno, se non altro per il tempo necessario a riflettere e organizzare meglio. Nella caccia conviene orientarsi verso trappole e cose simili. Mentre si cercano posti idonei a piazzarle (sentieri e passaggi evidenti di animali),si può approfittare per raccogliere erbe, piante, frutta e se si trovano, vermi, larve e quant’altro. Il tutto come se si facesse una passeggiata, con calma senza affanno o agitazione. In natura è frequente trovare formiche, alberi e ceppi con vermi, larve e nidi di uccelli o rettili. I nidi di vespe possono essere affumicati o bruciati, altrimenti diventa problematico estrarre il miele…

Non c’è dubbio che una buona caccia porta un apporto molto alto rispetto alla raccolta, a volte però bisogna sapersi accontentare anche solo per tenere alto il morale. Nella caccia statica evitare di lasciare il nostro odore sulle trappole, magari strofinando sulle mani erbe o fanghi. La pesca, con trappole o canne o reti se disponibili, è senz’altro da praticare perché non necessita di dispendi energetici alti. La pesca notturna quando i pesci dormono, a volte è più vantaggiosa. Nella caccia e nella pesca non eccedere mai oltre l’effettiva necessità del momento, non c’è bisogno perché gli alimenti sono facilmente deperibili senza sistemi di conservazione idonei (se conservati possono attirare animali più pericolosi sul posto) e il successo ottenuto in un’azione può essere replicato in futuro. Questo non significa che se si dovesse realizzare una scorta importante di carne o pesce ci si deve rinunciare. Avere molto a disposizione aumenta enormemente le possibilità di successo.

La fabbricazione di armi alla meno peggio (arco, frecce, fionda, lancia) è un’esigenza immediatamente successiva e non è difficile ingegnarsi in queste abilità. Ma se si capisce che non sono indispensabili nell’immediato, allora, dopo i bisogni materiali acqua e cibo, bisogna pensare ad un rifugio stabile e confortevole. Le giornate sono lunghe e il tempo scorre lentamente. Dedicarsi al rifugio e alla conservazione e salute del corpo è la priorità successiva.

Infine, la speranza che tutto finisca presto non deve mai abbandonare.

La mia sopravvivenza

Anni 1970 – 1980 (sono nato nel 1960 nella bassa toscana), tutto è iniziato così.

Oggi, dopo 64 anni di vita (1960-2024) posso tirare le somme e ricordare quello che facevo e come lo facevo in ambienti ostili, a stretto contatto con la natura, lontano dalla civiltà. Non avevo macchine fotografiche o cineprese o registratori.

Non avevo un manuale di sopravvivenza, non sapevo nemmeno che esistessero e non sapevo certamente che si potevano allestire i kit e che si potevano acquistare strumenti idonei molto utili. Non esisteva internet e le cose, in campagna lontano dai centri abitati più grandi (dove reperire informazioni e vedere negozi) non era facile impararle come può esserlo oggi.

Avevo uno zaino militare dell’aeronautica, di colore blu sbiadito, che mi aveva regalato il mio vicino di casa (era di suo figlio), era di tessuto naturale, non ricordo se cotone, canapa o altro. Avevo un coltello con manico in cuoio e guardia e pomolo in alluminio, lama in acciaio al carbonio lunga forse 10-12 cm. Avevo un coltello Zuava chiudibile con lama in acciaio al carbonio di 10 cm., manico in osso nero. Avevo infine un coltello chiudibile sfilato, con lama in acciaio al carbonio di 12 cm. e manico in legno. Avevo un rotolo di spago da 1 mm., che all’agraria vendevano per legare le salsicce e i salumi di maiale fatti in casa, quando si ammazzava il maiale a dicembre. Poi cosa avevo? I fiammiferi impermeabili e anti vento, che un amico mi aveva portato da Roma. Non li utilizzavo mai perché avevo paura di… terminarli. Per accendere il fuoco si utilizzavano i fiammiferi o i cerini. La mia mamma mi aveva regalato quello che noi si chiamava “incerato”, era un telo gommoso impermeabile abbastanza grande che utilizzavo per ripararmi dalle intemperie e per isolare il tetto del rifugio. Il telo lei lo aveva utilizzato per metterlo tra il lenzuolo e il materasso di mia nonna, ma ora non serviva più… Portavo con me una tazza smaltata di circa mezzo litro, rossa fuori e bianca dentro. La rubavo alla mia nonna (l’altra nonna, non quella dell’incerato che purtroppo…) e la sera la dovevo riportare, perché lei ci doveva bollire il caffè d’orzo per fare colazione alla mattina.

La mia nonna abitava in una piccola casetta vicino alla nostra, insieme a mio nonno. In casa non avevano acqua (che andava a prendere alla fontana) e nemmeno il bagno… quella sì che era sopravvivenza! Il mio nonno era una miniera d’oro e riusciva a risolvere i problemi che si presentavano anche con… niente a disposizione. Teneva la sua roba dentro una scatola di latta di biscotti per bimbi, la teneva sopra una mensola di legno in cucina e quando mi ci faceva guardare dentro era una festa. C’era la lesina (che noi si chiamava subbia) e ci cuciva gli scarponi quando si rompevano , ma ci riparava anche cinture, cappelli, giacche, …, lo spago per cucire (lo stesso spago per la salsiccia che usavo anche io), un coltello chiudibile da innesto, un paio di forbici “potatoie”, un martello piccolo e una scatoletta con i chiodini che noi chiamavamo “semensine”, un rotolino di filo per cucire robustissimo, che non si rompeva con le mani, alcuni aghi grandi e piccoli, c’era poi la “sugna” che era un grasso che lui faceva quando ammazzava il maiale, lo teneva dentro un pezzo di carta oleata e lo usava per tutto l’anno per ingrassare gli scarponi da lavoro di cuoio, c’era poi una pinza piccola e abbondante filo di ferro e poi c’era… non ricordo più. Quella scatola era il suo kit di sopravvivenza. Il mio primo coltello pieghevole me lo ha regalato proprio mio nonno quando avevo otto anni, era un coltello regionale italiano, una zuava o un senese, non mi ricordo, lama 7/8 cm., comprato in ferramenta da “Pippo”.

Non avevo un libro o altro materiale per studiare, studiavo in altri modi…

Guardavo i pastori che costruivano piccole capanne (per ripararsi quando erano dietro al gregge) con la scopa da bosco (erica arborea e erica scoparia o scopa o scopiglio) e legavano il tutto con pezzi di filo di ferro recuperato dalle presse di paglia o di fieno.

Guardavo i cacciatori che di ritorno da una giornata di caccia, appendevano la lepre o il fagiano, sistemandoli e preparandoli per portarli a casa, praticamente già pronti per essere cucinati.

Guardavo i contadini che lavoravano e sistemavano la terra con gli attrezzi manuali che avevano disponibili e facevano miracoli con quello che gli rimaneva dopo aver diviso i raccolti con il proprietario delle terre. Guardavo sopratutto i loro metodi per trattare gli animali domestici allevati e poi ammazzati e lavorati (senza frigoriferi e congelatori) per sfamare l’intera famiglia (il maiale era il più difficile e laborioso).

Guardavo come si conservava la frutta, la verdura, gli ortaggi e come già scritto la carne, senza frigoriferi o congelatori. La carne (ma anche il pesce di fiume) si affumicava, oppure si essiccava, oppure si cuoceva e poi cotta si metteva sottolio. Gli insaccati ci si mettevano anche crudi sottolio, dopo averli fatti asciugare bene. Appesi all’aria rimanevano invece (si parla di maiale) i prosciutti, le spalle, le coppe, le pancette e il guanciale, i “busicchi”, la salsiccia e il mazzafegato; invece: con la testa intera (orecchie e una piccola parte del guanciale compresi), alcune cotenne e le zampe (e un pò di carne sanguinosa e grasso della pancia) ci si faceva la “soppressata”; con il sangue invece si facevano salami chiamati “brusto”, “buristo” o “sanguinaccio”. Anche le verdure si scottavano nell’aceto e poi si mettevano sottolio. Con i pomodori invece ci si faceva la salsa e si metteva dentro le bottiglie di vetro della birra che si beveva ogni tanto durante l’anno (anche le bottiglie si riciclavano). I tappi nuovi per le bottiglie si compravano alla solita agraria.

Guardavo quando le persone prendevano il grano e lo portavano al mulino, ritornando a casa con la farina, che le donne trasformavano in pane, pasta, focaccia.

Di qualsiasi cosa, di origine animale o vegetale, non si buttava niente e, anche quando le rimanenze sembravano scarti, si trovava sempre il modo di riutilizzarle.

Guardavo i boscaioli che con accetta, seghe (poche e rare motoseghe) e altri attrezzi manuali come pennati e roncole, lavoravano nel bosco e intorno alla legna. La legna si lavorava anche a casa perché era praticamente la sola fonte di riscaldamento e per cucinare (c’erano anche le bombole di gas, ma costavano tanto e non sempre si potevano comprare).

Tutto questo si guardava fare, ma si imparava anche a farlo, perché era necessario imparare per vivere e per aiutare in casa.

Eravamo tutti survivalisti senza saperlo? Tutti sicuramente, no! Ma molti sì. Gli anni passano, i tempi cambiano e diventa più facile imparare tante cose. Ma ho anche capito con gli anni che tutto quello che ho imparato all’inizio non era sbagliato, anzi… quella è stata la migliore scuola che si potesse desiderare per imparare le basi della sopravvivenza…

Tutto è iniziato così e si è poi perfezionato, anno dopo anno e ancora dura dopo oltre quarant’anni. Non ci vado più oggi a dormire nei boschi lontano dalla civiltà, ma queste cose mi mancano. Mi mancano, quando andavo a dormire in un luogo isolato (quasi sempre bosco) i silenzi che c’erano al calare del sole e mi mancano anche i rumori che rompevano quei silenzi. Un foglia secca o un piccolo ramo che cadevano dall’albero creavano apprensione, immaginando al buio chissà quale origine del rumore, non lontano c’era l’acqua e ogni tanto si sentivano tonfi di qualcosa che andava in acqua. Erano in massima parte ranocchie, ma si stava sempre sul chi va la. Poi di notte mi avvicinavo alle pozze di acqua più ferma, sulle sponde e distante dal centro del torrente o del fiume e facevo luce con una torcia di fuoco o una torcia elettrica. Se ero fortunato si vedevano i pesci che dormivano e allora… c’era qualcosa da mangiare il giorno dopo. Con l’acquisto dei primi libri ho scoperto che molte cose che facevo io… le facevano anche altri. Non ho mai capito però perché in quei libri non si parlava mai di cose di tutti i giorni e tipicamente “campagnole” come le roncole, i pennati, le accette e le seghe ad arco, che sono tra le cose più utili in natura, forse anche più utili di un coltello. Uno dei primi libri che ho avuto (e ho ancora) è stato: il manuale del Trapper di Andrea Mercanti. Era bellissimo per quei tempi. Quello che spiegava è stato utile anche alle generazioni che sono venute dopo e che avevano a disposizione attrezzature più moderne e performanti.

Quanto riuscirei oggi a sopravvivere in mezzo alla natura lontano da tutto e da tutti? Sinceramente non lo so e ogni tanto ci penso. Se non avessi problemi nel trovare l’acqua, forse sopravvivrei anche tanti giorni. Dove c’è acqua c’è vita, basta solo sapersi organizzare e fare buon viso a cattiva sorte. Mia moglie vorrebbe andare per un fine settimana a dormire in un bosco una o due notti, lontano dalla civiltà, chissà che verso la fine dell’estate non lo facciamo di nuovo, il posto l’ho già individuato, ci sarebbe da camminare per qualche chilometro a piedi dopo aver lasciato l’auto, ma questo non ci fa paura.

Non è facile raccontare di sopravvivenza e, tanto meno spiegarne le tecniche. Il survivalismo non è semplice, Il grado di preparazione dipende sia dagli ambienti che si frequentano che da chi ti sta vicino e… non è uno scherzo quando inizi a parlarne agli altri e sopratutto alla tua famiglia. Se sei solo devi considerare tanti risvolti e vedere gli altri come potrebbero reagire. Se hai una famiglia, tua moglie e i tuoi figli dovrebbero essere un po’ speciali per comprendere cosa stai facendo e come lo fai. In questo sono stato fortunato, la mia famiglia in questo senso è stata il massimo che potessi desiderare e sopratutto mia moglie ha capito perfettamente cosa stava succedendo e cosa stavo facendo e di questo non posso che ringraziarla per avermi assecondato e per avermi aiutato a crescere e ad imparare sempre cose nuove. 

Corsi di sopravvivenza: finalità

La teoria è importante, bisogna informarsi e comprendere, assimilare informazioni e quante più cose possibili. Nell’era di internet è diventato estremamente facile procurare le informazioni per impostare una buon percorso di preparazione teorica. Però poi viene il momento di passare alla pratica e utilizzare i metodi, i materiali e gli strumenti, compreso il modificare per adattare alle proprie esigenze tutto quello che si è imparato.

– cercare di allenare il nostro cervello ad adeguarsi con meno difficoltà possibili ad una nuova situazione di emergenza (è sicuro che, nel momento iniziale, si prova uno shock abbastanza violento e uno stato di disorientamento che con tutta la calma possibile deve essere superato (prima di prendere una qualsiasi decisione o intraprendere nuove azioni), avere paura è umano, cercare di reagire nel modo migliore senza troppi danni alla situazione difficile che si è creata, è qualcosa che si può solo imparare.

– mantenere per quanto possibile una buona forma fisica, che può aiutare nelle situazioni più impegnative e faticose, compatibilmente con l’età e con le proprie possibilità: prestare attenzione all’alimentazione, se si conduce una vita sedentaria, compensarla con passeggiate e attività fisiche che impegnano il corpo (anche le pulizie domestiche sono per esempio attività fisiche…). La forma fisica e la resistenza sono abbastanza importanti ed essere in buone condizioni tornerà utile in molte situazioni.

– imparare a proteggere il proprio corpo e a mantenerlo sano, evitando gesti e movimenti pericolosi, prestando attenzione alla flora e alla fauna che potrebbe danneggiare e creare problemi, la sopravvivenza è fatta anche di calma, di meditazione di attenzione verso qualsiasi cosa superflua e inutile, non siamo Tarzan, siamo semplicemente degli esseri umani che trovandosi in difficoltà e in ambienti ostili (urbani o nella natura selvaggia), cercano di uscirne con meno danni possibili.

– imparare a maneggiare e utilizzare gli attrezzi da taglio, i più comuni, per coprire varie esigenze. Oguno ha le sue caratteristiche e proprietà. E’ molto utile conoscere bene ogni strumento da taglio (coltello e lame in genere, accetta, machete, manaresso, pennato, roncola, sega) per capire fino dove spingersi durante l’uso, mantenendolo bene, senza rovinarlo o romperlo (non fare cose per cui non è adatto). Conoscere l’affilatura e curare il tagliente utilizzando mezzi semplici e facilmente reperibili in natura (soprattutto pietre). Raggiungere un buon livello di utilizzo sicuro e consapevole significa infine allungare la vita dello strumento e ridurre al minimo i rischi di infortuni che possono accadere durante l’uso.