Pemmican

Alimento ad alto potere energetico

Il pemmican in pratica come lo faccio io (dose per 1 kg.):

si prende la carne di manzo magra e si essicca, stendendola al sole ben coperta con una zanzariera o in ambienti freschi e senza insetti, dopo averla tagliata in strisce sottili e trattate con sale. Oppure si essicca con il metodo dell’affumicatura oppure mettendola direttamente in forno essiccatore o normale a 60/70°. Una volta essiccata si trita finemente. Il peso finale della carne deve essere di circa 550 grammi. Poi si prende 400 grammi di sugna di manzo (grasso bianco) e si rende liquida per riscaldamento. Si prende infine 50 grammi di frutta secca di bosco tritandola come la carne. Si mescolano bene questi 3 ingredienti e si fa raffreddare il tutto. Il grasso raffreddato fa si che il composto diventi solido e sia facilmente confezionabile e trasportabile. quando è ancora abbastanza morbido si può confezionare un “mattoncino” utilizzando carta da forno o carta oleata. Stimo che il pemmican così ottenuto fornisca circa 580 kcal ogni 100 grammi e se ben conservato dura molto tempo.

Si può cucinare in pentola con verdure e spezie. Se non si dispone del fuoco il pemmican è buono anche… da solo, in questo caso si mastica piano in piccole quantità e si beve acqua per quanto possibile.

Pemmican ricetta degli indiani d’america (articolo trovato in rete…)

Il pemmican è una miscela concentrata di grassi e proteine ​​utilizzate come alimento nutriente: il nome deriva dalla parola Cree pimîhkân, che deriva dalla stessa desinenza, “grasso”. Venne inventato dai popoli indigeni del Nord America e ampiamente adottato come alimento ad alto contenuto energetico dagli europei coinvolti nel commercio di pellicce e in seguito da esploratori dell’Artico e dell’Antartico, come ad esempio Robert Falcon Scott e Roald Amundsen.

Gli ingredienti specifici utilizzati erano di solito tutto ciò che poteva essere rinvenuto come cibo, la carne apparteneva spesso ai bisonti, ad alci o cervi. Frutti come mirtilli o altri appartenenti al sottobosco (chiamati saskatoon) venivano spesso aggiunti. Ciliegie, ribes e mirtilli, venivano utilizzati quasi esclusivamente nel pemmican cerimoniale servito nei matrimoni.

Tradizionalmente, veniva preparato con carne magra di selvaggina di grandi dimensioni come bufali, alci e cervi.

La carne veniva tagliata a fettine sottili ed essiccata a fuoco lento, o sotto il sole fino a quando non diventava dura e fragile. Circa cinque chili di carne erano necessari per produrre una libbra di carne (circa mezzo chilo) secca adatta per produrre pemmican. Poi veniva pestata in pezzi molto piccoli, quasi in polvere come consistenza, utilizzando pietre. La carne pestata era miscelata con grasso fuso in un approssimativo rapporto 1:1 (una libbra di carne, una libbra di grasso). In alcuni casi, frutta secca come i mirtilli, le ciliegie o choke (frutta non riconosciuta dal traduttore)  venivano ridotte in polvere e poi aggiunte alla carne miscelata. La miscela risultante era quindi confezionata in sacchetti di cuoio non conciato per la conservazione.

Melata e miele di melata

Procurarsi il cibo in situazioni di emergenza o sopravvivenza

All’interno dei boschi o in prossimità di questi, alcuni insetti, sopratutto i rincoti (https://it.wikipedia.org/wiki/Rhynchota#Interesse_alimentare) come la metcalfa, si nutrono della linfa vegetale prodotta dalle piante. Durante la digestione assimilano le proteine ma espellono gli zuccheri che sono indigesti. Il risultato di questa espulsione è una sostanza dolce e appiccicosa che si chiama melata e che rimane sulle foglie o lungo i rami di certe piante, sopratutto abete, pino, tiglio, olmo, acero, nocciolo, quercia, agrumi. In queste zone i fiori non sono così abbondanti e le api, che hanno necessità di produrre miele si approvigionano di melata che sostituiscono al nettare dei fiori. Il metodo di fabbricazione del miele di melata è per le api sempre il solito, portano cioè la melata dentro l’alveare, lo mescalano ai loro enzimi (delle api) e il composto rimane lì finché non diventa miele.

Il miele di melata ha un colore più scuro di quello prodotto con i fiori, è meno dolce, il sapore è intenso, appena amarognolo e un po’ resinoso. E’ molto utilizzato e apprezzato nei paesi del nord Europa dove prevale la melata di abete.
Dal punto di vista della sopravvivenza nella natura, la melata e ancora meglio il miele di melata sono prodotti prelibati che, se si riescono a trovare, danno un eccezionale nutrimento.
la melata è una patina appiccicosa prodotta dagli insetti, che si riconosce abbastanza facilmente, ha un colore scuro quando si ossida e si trova sui lati delle foglie e sulla corteccia degli alberi. Gli alveari che fanno le api in natura sono simili a sacchi scuri appesi ai rami degli alberi, però a volte si possono trovare anche nelle cavità dei tronchi. Il miele le api lo producono per nutrirsi durante la stagione invernale o tra i periodi di fioritura.
La metcalfa pruinosa è il Rincoto Omottero più diffuso in Italia e produce la melata nel periodo estivo che va da luglio a settembre. Appartiene alla famiglia dei Flatidi e proviene dall’America settentrionale e centrale.

Mangiare o non mangiare: modalità digiuno

Survivalismo e digiuno forzato o voluto.

Nota introduttiva. Nel survivalismo, a proposito di questo argomento è principalmente accettata una regola: se per procurarsi il cibo (l’energia e le calorie necessarie a far funzionare il corpo) si impiegano più risorse energetiche (si bruciano troppe calorie) di quelle che si ottengono con il cibo procurato, è meglio entrare in “modalità digiuno”, in attesa di momenti e occasioni migliori.

Nell’articolo calorie: consumo e necessità
https://sopravvivere.org/calorie-consumo-e-necessita/
sono stati affrontati sommariamente (questa non è una rivista medica) gli argomenti del consumo di calorie durante le normali attività quotidiane e per quanto tempo si po’ vivere senza mangiare.

Cercherò ora di far capire il mio punto di vista riguardo l’approvvigionamento di cibo e se sia meglio procurarsi i nutrienti anche a costo di alti consumi energetici (dovuti alla difficoltà di reperimento) oppure risparmiare il più possibile le risorse energetiche incamerate, senza faticare per attività come caccia, pesca e raccolta ed entrando in modalità digiuno.

Quando si parla di sopravvivenza nella natura, la prima grossa fatica (fatica del corpo che varia in base alla forma fisica e all’ambiente circostante, moltiplicata per un periodo di tempo anch’esso variabile) che si deve affrontare è quella di muoversi per un periodo di tempo più o meno lungo alla ricerca di un luogo con caratteristiche idonee alla costruzione del campo (luogo dove vivere tanto o poco). Trovato il luogo idoneo (caratteristiche morfologiche, presenza di materiali e sopratutto di acqua), la seconda grossa fatica è quella dell’allestimento del campo con il riparo come elemento centrale, fatto il meglio possibile e che deve avere fin da subito caratteristiche idonee alla protezione del nostro corpo. La terza fatica che si può fondere anche con la seconda, è quella di procurare la legna e predisporre un fuoco. Alcune popolazioni (come gli eschimesi Inuit) utilizzano pochissimo il fuoco e non lo considerano risorsa principale. Secondo me il fuoco è molto importante e deve essere predisposto con la stessa priorità del riparo. E poi? Teoricamente, quando abbiamo creato l’ambiente idoneo a farci sentire “a casa” (… consumando una notevole quantità di calorie…), i nostri compiti più impegnativi sembrano terminati, ma non è così. Cosa importantissima, a questo punto della nostra nuova vita in emergenza dobbiamo già avere a disposizione l’acqua perché il luogo scelto deve essere vicino a una fonte d’acqua. Come già scritto in altre parti, senza acqua si muore dopo pochi giorni, ma, se non si è assunta una buona scorta, già dopo qualche ora si avvertono fenomeni di affaticamento e perdita della lucidità. Il corpo però ha bisogno, oltre che di essere idratato, anche di essere nutrito, perché senza cibo, si è destinati a morte certa (anche se dopo periodi di tempo molto più lunghi rispetto all’acqua).

In sopravvivenza la modalità digiuno ha più successo se:

  • il peso corporeo dell’individuo è “molto sopra la media” e la massa grassa (ma anche muscolare) è notevole
  • la persona gode di buona salute e in assenza di cibo riesce ad idratarsi regolarmente (almeno 1,5 litri di acqua al giorno).

Quando si mangia occorre invece più acqua di quanto indicato sopra perché questa è fondamentale durante la digestione, per l’assorbimento dei nutrienti e per il trasporto degli stessi.
La sensazione di fame si avverte dopo qualche ora di digiuno, quando cioè il glucosio è al limite dal fornire energia. La riserva di glucosio termina dopo circa tre giorni, il senso di fame è più insistente e marcato, il corpo entra nello stato metabolico di chetosi e inizia a consumare i grassi al posto dello zucchero (glucosio). Si comincia la fase di autofagia (letteralmente significa mangiare se stessi) e di consumo dei grassi e poi dei muscoli.
Una persona potrebbe sopravvivere senza mangiare per alcune settimane, però il sistema immunitario si indebolisce molto e potrebbero venire fuori varie malattie legate a gravi forme di malnutrizione (malattie tristemente note nei paesi in via di sviluppo). Queste malattie sono caratterizzate da edemi e diminuzioni sensibili della massa muscolare. Lo stare senza mangiare inoltre da mal di testa e altri dolori e ci si sente deboli e stanchi, senza la voglia di… “fare”.

Veniamo finalmente alla domanda che questo articolo si pone: quando per procurarsi il cibo si è costretti a consumi energetici superiori ai benefici che il cibo stesso ci può portare, conviene insistere a passare ore e ore di fatica per procurarci solo poche cose da mangiare, oppure conviene entrare in modalità digiuno?

Mors Kochanski è stato uno dei pochi grandi survivalisti che ha dibattuto la questione, con lo scopo di far riflettere e cercando lui stesso di dare risposte soddisfacenti. Kochanski sosteneva che se si deve consumare più energia di quanto si riesce a procurarla con la caccia, la pesca e la raccolta, è meglio lasciare che il corpo entri in modalità di digiuno.
Secondo me quando si ha la speranza di procurarsi qualcosa da mangiare bisogna provarci, perché il cibo ha molte proprietà (oltre a quella di nutrire) fisiche e psichiche e genera calore corporeo, fondamentale nel survivalismo. Tutto questo per dire che:
in modalità digiuno si consumano le riserve del nostro corpo. In modalità ricerca del cibo si potrebbero effettivamente consumare più calorie di quelle che si procurano, con conseguente prelievo delle riserve corporee. Se in questo ultimo caso però si capisce che la differenza di consumo non si discosta molto dalla modalità digiuno (che è comunque una modalità di consumo), conviene tentare e cercare il cibo.
A volte va male, ma quando va bene si recupera e si pareggia quasi sempre il consumo calorico speso.

C’è anche un altro fattore di cui tenere conto: l’uomo vive meglio se ha degli scopi e si prefigge punti di arrivo. Procurare cibo e ogni altro mezzo di sostentamento, impegna la giornata, gratifica, fa sentire meglio e aumenta la speranza che ci sia un domani migliore. Entrare in modalità digiuno, potrebbe allungare anche la vita, ma rende un essere vivente inerme che non ha nessuno scopo e sta lì solamente a “galleggiare”.
In qualsiasi condizione ci si trova si dovrebbe curare e mantenere efficiente il proprio corpo cercando di non fargli mancare niente, comprese le attività di caccia, pesca e raccolta, di accumulo di scorte e tutto quanto può aiutare a migliorare le nostre giornate.

Non è detto poi che le giornate devono essere tutte uguali, ci possono essere giornate di attività e giornate di riposo e risparmio energetico. Ci possono essere anche giornate con condizioni meteorologiche sfavorevoli e stare dentro il rifugio potrebbe essere l’unica soluzione possibile (quando fuori è un tempaccio e il rifugio è molto protettivo, ci si sente comunque tranquilli e sereni).

L’ideale sarebbe quello di avere nel kit di sopravvivenza qualche alimento ad alto potere energetico per dare nutrimento in momenti di scarse riserve alimentari. Purtroppo non sempre questo è possibile.

E’ comunque di aiuto, anche morale, sapere che si può vivere molti giorni senza assumere cibo, vivendo ovviamente una vita senza sforzi, tranquilla e riposante, al riparo dal caldo o dal freddo.

Housing First (prima la casa)

L’Housing First nasce negli anni ’50 del secolo scorso negli Stati Uniti e negli anni ’90, Sam Tsemberis, sperimenta a New York i metodi per togliere dalla strada i senza tetto e dargli un alloggio (va bene portargli il cibo e le coperte ma prima se possibile toglierli dalla strada). Si tratta di fornire alle persone che vivono in strada e non hanno una casa dove andare, un alloggio veloce ma sopratutto permanente. Il nome dell’organizzazione da lui fondata è Pathways to Housing. L’organizzazione basa la propria attività sul fatto che la casa deve essere uno dei primi bisogni umani. L’Housing First non è sicuramente una soluzione finale e unica, però è dimostrato che la maggior parte degli interessati al progetto, mantengono la loro abitazione nel tempo e gettano le basi per un miglioramento della posizione. Dopo, una volta stabiliti, si può accedere al mondo del lavoro con più tranquillità. L’Housing First funziona abbastanza bene, da accesso ad una vita definita “più dignitosa” e ad un’assistenza sanitaria e organizzativa più mirata (ammesso che, chi vive in strada, voglia effettivamente cambiare le cose e il modo di vivere). La Finlandia è uno degli stati che meglio ha fatto funzionare questo modello e dispone di un ottimo welfare (letteralmente: benessere, è il sistema sociale che cerca di garantire alla persona i servizi sociali indispensabili). Ci sarebbe molto da discutere sui termini “reinserimento nel tessuto sociale” e simili, ma questi sono altri ragionamenti che non possono essere trattati qui.

La parte seguente è tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Housing_First:
L’Housing First riconosce l’homelessness (non avere una casa) come fenomeno complesso e multi fattoriale rispetto al quale logiche operative fondate sul modello “stair case” e sull’emergenzialità ed estemporaneità degli interventi si sono rivelate limitate, inefficaci e dispendiose. Il modello dell’Housing First propone, infatti, un sostanziale “rovesciamento” del tradizionale percorso a gradini o a tappe che vede, nella migliore delle ipotesi, la persona senza dimora “passare” dal marciapiede al dormitorio, da questo alle comunità, ai gruppi appartamento, a varie forme di convivenza e infine ad un alloggio. Trattasi di passaggi nei quali la persona è chiamata a dimostrare e a fornire agli operatori e alle istituzioni prove e volontà di uscire dalla strada, come ad esempio l’accettazione di un percorso di cura e trattamento, vincolante dell’inserimento abitativo. Elemento centrale e punto di partenza dell’approccio Housing First è, invece, l’inserimento immediato e diretto dalla strada all’appartamento gestito in autonomia. Ciò rappresenta un punto di rottura nella routine di una persona senza dimora, un cambiamento e uno stimolo delle proprie capacità di (auto)gestione e (auto)determinazione del proprio percorso di vita. Attraverso l’inserimento abitativo si creano, dunque, le condizioni affinché la persona possa esercitare pienamente le sue capacità di scelta e di azione e riconoscersi ed essere riconosciuta come protagonista.

In definitiva non c’è molto da capire e il metodo è abbastanza semplice (in teoria). L’abitazione è tutto? Non serve altro? Non lo so. Bisognerebbe sentire il parere di chi, pur avendo da sempre la sicurezza di un posto dove stare, più o meno stabilmente, riesce a tirare avanti in modo difficile e per niente sicuro e tranquillo.
Personalmente sono favorevole all’Housing First solo se c’è una chiara volontà di cambiamento del soggetto interessato. Insomma tutto questo non deve essere una forzatura, ognuno è libero di scegliere il tipo di vita che vuole e gli si deve dare aiuto e supporto solo se è lui in prima persona che lo richiede e lo vuole, qualunque aiuto chieda, non necessariamente la casa.
Sto raccogliendo testimonianze dirette e opinioni degli interessati (che al momento sono molto contrastanti, c’è chi vuole e chi non vuole…) per capire meglio se sia utile indirizzarli verso questo tipo di percorso, che poi a seguire, comporta degli obblighi di vita che magari non sono ricercati. Alcune città italiane, attraverso gli uffici casa dei rispettivi comuni, tentano un approccio all’Housing First, molte con successo, altre senza risultati apprezzabili, anche perché a volte si tenta di mettere in piedi strutture con personale scarsamente preparato e incompetente, messo lì così, tanto per fare, quasi come fosse solo una moda del momento disporre a tutti i costi di queste strutture.

Per approfondire:
https://www.fiopsd.org/housing-first/
https://www.housingfirstitalia.org/
https://www.lasvolta.it/2920/mai-piu-senzatetto-il-modello-finlandese
https://www.internazionale.it/notizie/jon-henley/2019/06/07/finlandia-senza-dimora-housing-first

si può leggere anche la scheda Housing first/Housing led del fio.psd (Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali), che ho salvato sul server.

Cibo commestibile in sopravvivenza

Procurarsi il cibo in situazioni di emergenza o sopravvivenza

In una situazione di emergenza e sopravvivenza, è necessario procurare il cibo, perchè, anche se in maniera non impellente, è fondamentale come l’acqua.
L’uomo è un animale onnivoro (lo sono anche altri animali, come ad esempio: corvo, suidi in generale, carpa, opossum, ursidi, ratto, topo domestico, blatta, riccio, gallina, struzzo, cane, gazza, piranha, tartaruga). Significa che la sua alimentazione è costituita da sostanze vegetali e animali. Questa varietà di alimentazione in un certo senso facilita la ricerca del cibo.
Questo articolo è il naturale proseguimento dell’articolo:

https://sopravvivere.org/calorie-consumo-e-necessita/

che ha descritto le varie necessità che può avere il corpo umano. E’ importante disporre di una buona quantità di cibo ed è altrettanto importante che questo sia più variato possibile, ci sia cioè un giusto apporto di carboidrati, grassi, proteine, minerali, vitamine.

i carboidrati vengono assunti tramite zuccheri (sciroppi, miele, melassa, frutta, zucchero) o tramite amidi (radici, tuberi, patate, semi di riso e cereali). L’apporto calorico è di 4 calorie ogni grammo.

i grassi vengono assunti tramite animali, pesci, uova, latte, vegetali, funghi. Necessitano di molta acqua per essere digeriti. L’apporto calorico è di 9 calorie ogni grammo.

le proteine si trovano in carne, pesce, uova, semi, legumi, funghi. L’apporto calorico è di 4 calorie ogni grammo.
I minerali e le vitamine necessitano in buona quantità, le vitamine D e K sono prodotte dal corpo, le altre provengono da fonti esterne.

Piante

le piante velenose, tossiche e nocive sono per numero e varietà, sicuramente inferiori a quelle commestibili. E’ più facile quindi imparare quali sono le piante velenose e nocive. Tutte quelle che rimangono sono ragionevolmente commestibili. Le piante commestibili non devono essere viscide o avere sostanze strane in superficie, non devono odorare di mandorla o di pesca, al loro interno non devono avere liquidi lattiginosi. Si può strofinare il liquido interno sulla pelle morbida, per esempio del braccio e, non si deve avvertire bruciore o notare irritazione e gonfiore. Successivamente si può passare un pezzetto della pianta sulle labbra succhiandola legermente e non si deve avvertire nessuna sensazione strana o fastidiosa, nemmeno dopo alcuni minuti dalla prova.
Le erbe spontanee e le piante in genere, andrebbero raccolte al mattino presto, quando sono ancora bagnate dalla rugiada della notte ed hanno una maggiore vitalità, il sole le indebolisce e le disidrata.

Carne

a parte il sapore assolutamente sgradevole che può avere la carne di qualche animale (esempio puzzole, cimici, pipistrelli, topi di fogna, …) e che bisognerebbe evitare di mangiare, anche perché possono diffondere malattie, praticamente quasi tutti gli animali di terra sono commestibili. Ci sono animali velenosi, come alcuni rettili, è ovvio che il loro veleno non deve venire a contatto con la carne che si dovrebbe mangiare una volta catturati. Per i pesci invece il discorso è diverso. Si stima che esistano oltre 1.000 specie di pesci velenosi. Questo significa che non è facile in un articolo classificare le specie dei pesci pericolosi e il luogo dove vivono. Se ne parlerà magari in un prossimo articolo specifico. Si può comunque affermare che i pesci di acqua dolce europei sono quasi tutti commestibili, anche se alcuni hanno un sapore orribile. Nel mare al contrario ci sono alcuni pesci che hanno parti velenose. Ci sono pochissime specie di uccelli velenosi, se non sbaglio si concentrano però nella Nuova Guinea e zone limitrofe.
La carne degli animali carnivori è uguale a quella degli animali erbivori ed è costituita da acqua, proteine, grassi e sali minerali. Molti pesci (orata, tonno) sono carnivori. Serpenti, cani e gatti non sono utilizzati nell’alimentazione europea, sono però utilizzati come cibo presso altri popoli.

Nel mondo vengono utilizzate per l’alimentazione (anche per problemi di sopravvivenza vera e propria) carni che vengono raggruppate sotto il termine di “bushmeat” o “carne di foresta”. E’ la carne che proviene da animali selvatici (Africa, Asia, Sudamerica), uccisi per la sussistenza o cacciati per essere vendute nei mercati (più o meno legalmente). Stiamo parlando di carne di elefante, gorilla, scimmie, ungulati, roditori, uccelli, iguana, lama, cammello, emu, yak, tartaruga, tigri, leoni. Sopratutto in Africa questa carne, che può essere affumicata, essiccata o cotta, fornisce un prezioso sostentamento per le persone nelle comunità rurali dove l’allevamento di animali domestici è troppo costoso o poco pratico. Anche la caccia e la vendita di selvaggina può fungere da importante fonte di reddito.
La carne, qualsiasi tipo di carne, deve essere cotta e cotta bene, per limitare al minimo i rischi per la salute.

Insetti e vermi
In moltissimi Paesi del mondo si mangiano circa 2.000 specie di insetti commestibili. In Europa e in Nord America questa pratica non si è mai diffusa. I più mangiati tra insetti e vermi sono larve, millepiedi, formiche rosse, scorpioni, farfalle, cimici, tarantole, larve di vespa, larve di molti insetti acquatici, bruchi di falena, formiche, locuste, grilli e cavallette. In Australia, le formiche honeypot (vaso di miele), che hanno un ventre grande come un chicco d’uva gonfio di nettare, sono consumate crude come dolci dagli aborigeni.

Calorie di alcuni alimenti

Calorie contenute nei vari alimenti, vegetali spontanei e animali che si trovano normalmente in tutti i territori, ma anche in ambienti ostili e di difficile abitabilità. La tabella che segue nella pratica della sopravvivenza ha poca utilità. E’ stata fatta solo per curiosità e per aiutare a capire meglio dove e come procurare energia per il nostro corpo. Per alcune piante spontanee sono indicate le qualità medicinali.

calorie indicate per 100 grammi

  • erbe spontaneee e verdure:
    in generale le erbe di campo (pimpinella, tarassaco, cicoria) contengono circa 12/15 kcal
    erbe di provenza (timo, rosmarino, basilico, finocchio, salvia, maggiorana, menta, origano, santoreggia) 10/12 kcal
    prezzemolo 36 kcal
    basilico 23 kcal
    maggiorana 200 kcal
    rosmarino 130 kcal
    timo 80 kcal
    salvia (ricca di grassi) 315 kcal
    finocchietto selvatico 30 kcal
    verdure selvatiche media del contenuto di varie verdure 16 kcal
    topinambur 70 Kcal
    acetosella: diuretica, dissetante, astringente. 30 Kcal
    aglio orsino: depurativo, diuretico, coleretico, ipotensivo. 12 Kcal
    anice verde: digestivo, sedativo, lactagogo. 330 Kcal
    asparago selvatico: depurativo, diuretico. 25/30 Kcal
    barba di becco (tragopogon): depurativa, dimagrante, adatta ai diabetici. 45 Kcal
    bardana: diuretica, depurativa, ipoglicemizzante, antiacne, lasastiva. 72 Kcal
    bietola: emolliente, idratante, vitaminica. 17 Kcal
    bistorta: astringente, lenitiva. 12 Kcal
    borragine: emolliente, lassativa, depurativa, sudorifera, diuretica, antireumatica. 30/40 Kcal
    calendula: decongestionante, emmenagoga, idratante, lenitiva, diuretica, coleretica. fiori 36 Kcal
    cappero: aperitivo, diuretico. 23 Kcal
    cardo mariano: depurativo epatico, diuretico. 17 Kcal
    cicoria: depurativa, diuretica, coleretica, emolliente, lassativa. 12 Kcal
    crescione d’acqua o nasturzio: depurativo, diuretico, rimineralizzante. 32 Kcal
    dente di leone, tarassaco, piscialetto, cicoria selvatica: depurativo, diuretico, coleretico, lassativo, ipotensivo. 70 Kcal
    eufrasia: antiinfiammatoria nasale e oculare, astringente, digestiva. 15 Kcal
    farfaraccio: diuretico, antiasmatico. 14 Kcal
    finocchio: carminativo, digestivo, antispasmodico. 30 Kcal
    malva: antiinfiammatoria, diuretica, lassativa, espettorante, emolliente. 20 Kcal
    melissa o limoncella: antispasmodica, coleretica, distensiva. 30 Kcal
    menta: digestiva, rinfrescante, eccitante 70 Kcal
    ortica: antireumatica, diuretica, depurativa, lassativa. 42 Kcal
    piantaggine o lingua di cane: astringente, depurativa, diuretica, emolliente. 24 Kcal
    portulaca o porcellana: depurativa, diuretica, dissetante. 20 Kcal
  • frutta:
    mela 52 kcal
    albicocca 43 kcal
    pera 55 kcal
    banana 88 kcal
    arancia 45 kcal
    pesca 41 kcal
  • insetti, vermi & c.:
    termiti 350 kcal
    larve di falena 375kcal
    tubifex 557 kcal
    lombrico 465 kcal
    blatta 607 kcal
    Camola della farina (Tenebrio molitor) 649 kcal
    Camola del miele (Galleria mellonella) 706 kcal
    Drosophila 512 kcal
    Grillo (Acheta domenstica – Gryllus assimilis) 534 kcal
    in media un etto di insetti contiene 121 kcal
    larve fresche di certi coleotteri 250 kcal
    coleotteri 120kcal
    crisalidi fresche di baco da seta 200 kcal
    larve di lepidotteri 250 kcal
    cavallette 179 kcal
  • carne cruda:
    grasso animale in genere 780/860 Kcal
    pollo 75 kcal
    coniglio 173 Kcal
    vitello 94 kcal
    agnello 178 kcal
    tacchino 111 kcal
    manzo 115 kcal
    maiale (magro) 143 kcal
    alce 111 kcal
    antilope 114 kcal
    bisonte 223 kcal
    bufalo 99 kcal
    cinghiale 122 kcal
    orso 161 kcal
    castoro 146 kcal
    cervo 120 kcal
    faraona coscia 158 kcal
    piccione 294 kcal
    piccione giovane 134 kcal
    rettili in genere 90/110 Kcal
    uccelli in genere 90/110 Kcal
    scoiattolo 220 Kcal
    struzzo 92 Kcal
  • pesce, molluschi, mitili, crostacei:
    trota 50 kcal
    salmone 137 kcal
    merluzzo 83 kcal
    tonno 144 kcal
    acciughe 96 kcal
    anguilla di fiume, 260 kcal
    anguilla di mare, 237 kcal
    aragosta 84 kcal
    aringa 216 kcal
    aringa affumicata 193 kcal
    aringa sotto sale 217 kcal
    astice 87 kcal
    calamari 67 kcal
    canocchie 70 kcal
    capitone 247 kcal
    carpa 139 kcal
    cefalo o muggine 127 kcal
    cernia 80 kcal
    coda di rospo 103 kcal
    corvina 88 kcal
    cozze o mitili 83 kcal
    dentice 100 kcal
    gamberi 70 kcal
    halibut 114 kcal
    latterini 144 kcal
    luccio 80 kcal
    merluzzo 70 kcal
    mormora 97 kcal
    nasello 70 kcal
    occhiata 117 kcal
    orata 120 kcal
    ostriche 69 kcal
    pagello o fragolino 101 kcal
    palombo 79 kcal
    pesce persico 75 kcal
    pesce rana 62 kcal
    pesce san pietro 77 kcal
    pesce spada 109 kcal
    platessa 75 kcal
    polpo 56 kcal
    rana 63 kcal
    rana pescatrice 62 kcal
    razza 67 kcal
    rombo 81 kcal
    salmone 185 kcal
    sarago 103 kcal
    sarde 129 kcal
    sardine 219 kcal
    scampi 78 kcal
    scorfano 82 kcal
    seppie 72 kcal
    sgombro 169 kcal
    sogliola 83 kcal
    spigola o branzino 81 kcal
    tinca 79 kcal
    tonno 159 kcal
    totano 69 kcal
    triglia 123 kcal
    trota 85 kcal
    vongole 71 kcal
  • uova e latticini:
    uovo (di gallina o uccello medio) 155 kcal
    latte 47 kcal

Calorie: consumo e necessità

Consumo di calorie nelle normali attività di emergenza e sopravvivenza.

Quante calorie si possono consumare durante 1 ora di normali attività quotidiane che possono impegnare l’individuo in attività di emergenza e sopravvivenza? La tabella che segue è approssimativa e fatta solo per avere un’informazione di base.

le normali e necessarie attività come
dormire, stare seduti, mangiare, stare sdraiati e simili, necessitano di circa 70 calorie.
– per stare in piedi, servono 90 calorie
– per camminare lentamente, si arriva a 150/170 calorie.
vestirsi, lavarsi, provvedere all’igiene personale, lavare i panni, 150/180 calorie
cucire, lavorare a maglia, eseguire riparazioni di calzoleria-abbigliamento, 120/150 calorie
pescare, 150 calorie
spaccare la legna e dedicarsi alla costruzione di un riparo, circa 600 calorie
fare attività leggere da campo, come riparazioni, raccolta frasche ed erba, piccole tettoie, accendere un fuoco, 350 calorie
costruire e piazzare trappole, attività di caccia, 400 calorie

Utilizzando questa tabella, che sarà ampliata e migliorata, si capisce che, se si hanno giornate tranquille e di riposo, possono bastare anche 600/800 calorie al giorno, che non coprono assolutamente il fabbisogno giornaliero però sono sicuramente di aiuto a mantenere basso il consumo delle scorte corporee. Al contrario durante i primi giorni, quando c’è molto lavoro da fare con il riparo e le altre cose, servono almeno 2000 calorie per stare tranquilli. Ecco perché sarebbe utile una scorta piccola di razioni di emergenza, per superare i primi giorni, che sono frenetici, pieni di cose da fare e non danno tanto spazio all’acquisizione del cibo.

Quanto tempo si può vivere senza mangiare:

Alcune persone digiunando (per protesta) sono vissute oltre 70 giorni.

Quando si smette di mangiare si verificano alcuni processi che utilizzano le scorte del corpo per ottenere l’energia necessaria a sopravvivere.

Il glicogeno epatico (zucchero accumulato nel fegato) è la risorsa di più facile e rapido accesso, poi ci sono i grassi dei tessuti adiposi che sono un deposito più a lungo termine, poi ancora le proteine, soprattutto contenute nei muscoli, che rappresentano l’ultima spiaggia per mantenere in vita in qualche modo il corpo.

24/48 ore senza cibo: le scorte di glicogeno nel fegato si esauriscono.

Dopo 2-3 giorni: il corpo viene nutrito dagli acidi grassi. In questa fase, se una persona è in sovrappeso o obesa, resiste più a lungo di una persona con poco grasso.

dopo 10-20 giorni (dipende dal grasso corporeo): le proteine contenute principalmente nei muscoli diventano l’unica fonte di nutrimento. La massa muscolare si riduce e si verificano: debolezza, apatia.

Nell’ultima fase, infine, il corpo lotta per sopravvivere e rallenta il metabolismo, limita i consumi energetici, si nutre degli organi interni e per ultimo del cervello. Siamo arrivati veramente alla fine.

Animali: trattamento dopo la cattura

Animali: la preparazione della carne dopo la cattura

Non è facile, in un articolo, affrontare la preparazione della carne di un animale, dopo la cattura. L’ideale sarebbe frequentare persone nate e cresciute in campagna e che hanno praticato il metodo dell’autosufficienza (nello specifico, alimentare), o che lo praticano ancora oggi. Per metodo dell’autosufficienza intendo la coltivazione (legumi, ortaggi, verdure, cereali, frutta,…) e l’allevamento di animali (sopratutto in recinti all’aperto e nutriti con alimenti naturali), destinati all’alimentazione e al sostentamento della persona che lo produce e dei suoi familiari, oppure al fabbisogno comunitario, se si tratta di una comunità. In questo modo si può vedere dal vero come pulire un animale morto, ricoperto di pelle (bovini, equini e alcuni ungulati), di penne (uccelli) o di pelliccia (ovini, caprini, alcuni ungulati). Fondamentalmente, un animale morto può essere pulito ed eviscerato con due sistemi: con metodo sospeso o con metodo disteso. Il metodo sospeso ovviamente è migliore e consiste nell’appendere l’animale per le zampe posteriori allargate e con la pancia rivolta verso chi lo deve lavorare. Però in sopravvivenza non è sempre possibile fare questo, perché l’animale è pesante e magari da soli non si riesce, o perché non si è in posti dove si può appendere. Il metodo disteso invece, anche se più scomodo, si può utilizzare in qualsiasi ambiente e condizione. E’ importante anche saper preparare la pelle o la pelliccia per utilizzarla in futuro.

Tutto quanto suggerito nei link anche se non propriamente adatto, è sicuramente un ottimo aiuto per capire cosa fare dopo aver procurato carne per mangiare. Verranno scritti articoli più dettagliati e alcune cose sono state già pubblicate come per esempio nell’articolo sul pemmican.

Per una prima infarinatura si possono guardare i video che si trovano sul sito:
https://cacciareinsvizzera.ch/per-gli-aspiranti-cacciatori/filmati-didattici/

Poi ho caricato sul server tre vecchi opuscoli (utilizzo nel rispetto del Copyright e Diritto d’Autore):

Cinghiale abbattuto manipolazione ai soli fini di autoconsumo

Capriolo abbattuto manipolazione ai soli fini di autoconsumo

Gli opuscoli sopra sono del 2009 a cura di A. Brunori, M. Ferri, C. Fioravanti, A. Marliani, G. Poglayen, M.L. Zanni, con la collaborazione di L. Bettucci, A. Gelati, A. Imperiale. AUSL di Modena – Ausl di Bologna – RER Servizio Veterinario – RER Pianif.faunistica Univ. Bologna.

Il corretto trattamento igienico-sanitario delle carni di selvaggina, del 2005, autori Dr. Patrizia Bragagna, Dr. Paolo Capovilla, Prof. Valerio Giaccone. Amministrazione provinciale di Belluno Tutela e Gestione della Fauna e delle Risorse Idriche, in collaborazione con Università degli Studi di Padova Facoltà di Medicina Veterinaria, ULSS n. 1 Belluno Dipartimento di Prevenzione, Servizi Veterinari

Animali: uso delle trappole e delle altre forme di caccia

Nota aggiuntiva sul modo e l’utilità di servirsi delle trappole e delle altre forme di caccia:


non sono un cacciatore, non posso dire di essere contrario o favorevole alla caccia, ci sono troppe considerazioni da fare in un senso o nell’altro. Non mi sognerei mai, però, di cacciare gli animali per divertimento o qualsiasi altro scopo ludico o economico. Il rispetto per tutti gli esseri viventi, animali o vegetali che siano, dovrebbe essere un punto fermo per tutti. Non sono per contro ne vegano ne vegetariano. Sono una persona normale, che, come natura crea, si ciba di verdure, carne (poca) e qualsiasi altra cosa commestibile. Quando parlo di armi primitive e di trappole per cacciare gli animali, lo faccio unicamente perché in una situazione di sopravvivenza è necessario conoscere queste cose e acquisire le giuste abilità per salvare il nostro corpo ed andare avanti. In sopravvivenza non si uccidono animali per gioco o per commercializzare carni o pelli o corna o altre parti. La carne che si tenta di procurare è finalizzata al nutrimento individuale. Il survivalista non è un bracconiere, cerca solo di rimanere in vita con quello che la natura può offrire e prende dalla natura solo il minimo indispensabile nel rispetto della flora e della fauna che lo circonda.

Alimenti che non scadono mai o quasi

Gli alimenti per le scorte di emergenza devono essere in massima parte pronti al consumo (frutta secca, fette biscottate, latte a lunga conservazione, formaggi a pasta dura e salumi). Questo perché una possibile penuria di acqua corrente e di elettricità, non permetterebbe di cucinare. Poi, va da sé che si dovrebbe comunque fare scorta di pasta, riso, legumi e cereali secchi… Sono consigliati anche olio, sale e zucchero.

Ecco alcuni alimenti che non scadono mai o quasi:

Il miele, può essere conservato quanto si vuole senza perdere le sue caratteristiche nutrizionali e gustative (dentro le piramidi egiziane è stato ritrovato miele vecchio di tremila anni ancora commestibile). Con il tempo può diventare più solido ma se si riscalda a bagnomaria torna normale (non superare 35/40° durante il riscaldamento per non alterarlo).

Anche il sale e lo zucchero rientrano tra gli alimenti a lunghissima conservazione. Questi prodotti, se conservati in ambienti asciutti e privi di umidità, possono durare “per sempre”.
Il sale è un minerale, non subisce alterazioni nel tempo e nemmeno lo zucchero si rovina, però è soggetto all’indurimento per via dell’umidità, può essere facilmente ripristinato frantumandolo.

Altri esempi di cibi a lunghissima conservazione sono il riso bianco, i legumi secchi e alcuni tipi di cereali. Questi alimenti possono essere conservati per anni senza perdere la loro qualità.

Il riso bianco, se conservato correttamente in un luogo fresco e asciutto, può durare decenni.

I legumi secchi mantengono intatte le loro proprietà nutrizionali per molti anni e, una volta cotti, diventano un’ottima fonte di proteine.

Poi ci sono anche cioccolato fondente e cibi in scatola come legumi, verdure, carne e pesce. Questi alimenti sono già pronti all’uso e possono essere conservati per moltissimo tempo senza perdere le loro proprietà nutritive. La varietà di cibi in scatola è enorme e include di tutto, dai fagioli ai pomodori fino al tonno e al salmone. Questo li rende una scelta eccellente per le scorte di emergenza in assenza di eletricità.

L’olio di oliva e gli oli vegetali in genere, anche se hanno indicata una data di scadenza di 18/24 mesi, non hanno in realtà una vera e propria scadenza anche se col tempo perdono alcune caratteristiche, Quando l’olio ha un colore scuro, un odore rancido o un sapore amaro, è preferibile evitare di consumarlo ed è meglio buttarlo.

Ricapitoliamo i prodotti alimentari che praticamente non hanno scadenza o quasi:
aceto, salsa di soia, legumi secchi, riso, pasta, sale, molte spezie, latte in polvere, uova intere di galina disidratate in polvere (in media 10 gr. di uova in polvere sono uguali ad un uovo intero), cioccolato fondente, zucchero, marmellate, vari prodotti disidratati come frutta secca, verdure disidratate, zuppe liofilizzate. Come già scritto gli alimenti in scatola come verdure, frutta, carne e pesce possono resistere per anni.

Sopravvivenza informatica

Sopravvivenza urbana:
quando un utilizzo particolare delle tecnologie informatiche può influire sulla organizzazione individuale.

Il mondo è ormai comandato dall’informatica e dalla tecnologia digitale. La stragrande maggioranza dei PC funziona perché ha, al suo interno, software proprietario (codice sorgente chiuso e impossibile da leggere o modificare). Bisognerebbe però capire come diventare padroni dell’hardware per utilizzarlo al meglio in tutte le situazioni, sopratutto quelle di emergenza. Mi riferisco alle più comuni situazioni: manipolazione delle informazioni, trasmissioni radio, radio cb (bande di frequenze radio, dall’inglese citizens’ band) accesso alle reti informatiche, ecc… . Parlo ovviamente di vita di tutti i giorni, ma che si può trasformare per qualsiasi causa in sopravvivenza urbana. Nel 1997 ho deciso di abbandonare il software proprietario e installare sui miei computer (fissi e successivamente anche portatili) una distribuzione UNIX libera nel codice sorgente, con la possibilità di essere copiata, modificata (se si è in grado di farlo) e distribuita ad altri: DEBIAN GNU/LINUX (negli anni successivi anche UBUNTU e per la precisione XUBUNTU).

Debian Gnu/Linux installata nel 2007 per la mia prima volta su un notebook. Fino al 2007 avevo effettuato solo installazioni su macchine desktop

Il software libero è una questione di libertà: ognuno deve essere libero di utilizzare il software in ogni modo che sia socialmente utile. Il software differisce dagli oggetti materiali che siamo abituati a toccare con mano, in quanto può essere copiato e modificato molto più facilmente e chi usa software deve potersene avvantaggiare. Il “software libero” è una questione di libertà, non di prezzo. In inglese il termine free può significare sia libero che gratuito. Fortunatamente nella nostra lingua riusciamo a distinguere bene cosa vuol dire libero e cosa vuol dire gratuito.

Debian GNU/Linux nei miei due notebook nel 2007

L’espressione “software libero” si riferisce alla libertà dell’utente di eseguire, copiare, distribuire, studiare, cambiare e migliorare il software. Più precisamente, esso si riferisce a quattro tipi di libertà per gli utenti del software:

– Libertà di eseguire il programma, per qualsiasi scopo .

– Libertà di studiare come funziona il programma e adattarlo alle proprie necessità. L’accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.

– Libertà di ridistribuire copie in modo da aiutare il prossimo.

– Libertà di migliorare il programma e distribuirne pubblicamente i miglioramenti (e le versioni modificate in genere), in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio. L’accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.

Un programma è software libero se l’utente ha tutte queste libertà. In particolare, se è libero di ridistribuire copie, con o senza modifiche, gratis o addebitando delle spese di distribuzione a chiunque ed ovunque. Essere liberi di fare queste cose significa (tra l’altro) che non bisogna chiedere o pagare nessun permesso.

Al di là del software: I manuali del software devono essere liberi, per le medesime ragioni per cui il software deve essere libero, e perché i manuali sono parte del software. Lo stesso ragionamento si applica ad altri tipi di lavori di utilizzo pratico — lavori che raccolgono conoscenze utili, come opere didattiche e di riferimento. Wikipedia è l’esempio più noto. Ogni tipo di lavoro può essere libero, e la definizione di software libero è stata estesa per diventare una definizione di opera culturale libera che si può applicare ad ogni tipo di lavoro.

Debian GNU/Linux in un mio notebook nel 2022

In pratica, che cos’è questo “software libero”?

Può essere il sistema operativo che permette ai computer e altri dispositivi di funzionare.

Può essere tutto il resto del software che ci occorre dopo aver avviato il computer con il sistema operativo. Perché un computer può essere utilizzato per una serie infinita di operazioni e cose da fare.

Può essere il software che permette ai radioamatori di comunicare tra loro o alle stazioni radio di trasmettere o alle stazioni televisive di trasmettere o alle stazioni meteorologiche o di ricerca di raccogliere i dati che ci servono in un determinato momento sfavorevole.

Il software libero non ha proprietari, non è manipolato dalle potenze, il suo codice sorgente è aperto, nel breve periodo, chi sa studiarlo, capirebbe se ci sono truffe, raggiri o cose malvagie sotto.

Il Desktop della mia Debian GNU/Linux nel 2022

Esempi di software libero:

Prima di tutto il kernel Linux, poi il software GNU, poi tutto il software non GNU sotto licenza GPL e poi tutte le distribuzioni GNU/Linux. Si chiamano “distribuzioni” perché non sono solo sistema operativo fine a se sesso, hanno al loro interno tutto il software che può essere utile per eseguire una serie infinita di operazioni e, se questo software non fosse sufficiente, una distribuzione GNU/Linux contiene linguaggi di programmazione, compilatori, debugger e quant’altro per scrivere e far funzionare qualsiasi software può venire in mente. Va da se, che tutta questa libertà comporta il fatto che, casualmente questo software sia gratuito e tutti i popoli, ricchi o poveri, possono utilizzarlo a loro beneficio.

Esempi di software non libero (proprietario):

Il sistema operativo che si trova dentro un personal computer o un notebook se preinstallato al momento dell’acquisto, con codice sorgente chiuso, che nessuno sa cosa ci sia dentro, fatto pagare profumatamente e senza che noi possiamo decidere se volerlo oppure cambiarlo. La maggior parte del software che gira sotto questo sistema operativo che come lui è a codice sorgente chiuso e proprietario.

Cosa faccio dal 1997?

Quando acquisto un personal computer o un notebook (prestando attenzione a prendere macchine con determinate caratteristiche e che riducono al minimo le difficoltà per l’utilizzo di distribuzioni GNU/Linux), se non posso scegliere macchine vuote, cancello tutto il software che ci trovo dentro e, dopo aver preparato tutto ci installo la distribuzione Debian GNU/Linux (a volte anche Xubuntu). Una distribuzione GNU/Linux vale l’altra. Scelgo Debian perchè l’ho sempre utilizzata e ormai mi trovo bene così. Chiunque, anche se poco esperto, informandosi e facendo qualche ricerca, troverà in rete o nella sua zona di residenza, qualcuno che sarà disposto ad aiutarlo per l’utilizzo del software libero e di una distribuzione GNU/Linux.

Anche questa è sopravvivenza urbana. Perché? Basta riflettere bene su tutto quanto è stato scritto…

Per approfondire:

Debian il sistema operativo universale

Ubuntu

DistroWatch

Classificazione del Software Libero e non libero

Perché il software non deve avere padroni

Linux e Radioamatori

Associazione per il software libero

Acqua: trovarla, renderla sicura e conservarla.

Senza acqua si muore!

E non ci vuole nemmeno tanto tempo per morire quando non c’è l’acqua: qualcuno vive anche 6-8 giorni ma in media ad essere ottimisti, bastano 4 o 5 giorni per morire, o meglio, si può anche non morire e tirare più a lungo, ma, in che condizioni?

Tutti gli esseri viventi, sia che siano vegetali, sia che siano animali, hanno bisogno di acqua.

Il nostro pianeta è occupato per almeno il 70% dall’acqua. Di questo 70%, il 95-97% è costituito da acqua salata di mare. Le cose però non sono irreversibili e cioè: l’acqua di mare può diventare acqua dolce da bere.

Trovare l’acqua e renderla sicura

L’acqua è uno dei bisogni più urgenti in una situazione di sopravvivenza.

Non si può vivere a lungo senza acqua (come già scritto), soprattutto nelle zone calde dove si perde tanto attraverso la sudorazione. Anche nelle zone fredde, è necessario un minimo due litri di acqua al giorno per mantenere l’efficienza.

Si può ottenere acqua da sorgenti, torrenti, ruscelli, laghi o stagni, ghiaccio e neve, fogliame e vegetazione varia, frutta e verdura, …

Più l’acqua è vicina a una fonte sotterranea, più è probabile che sia sicura e non inquinata. Non dare mai per scontato che l’acqua sia pura.

Se possibile è meglio disinfettarla piuttosto che correre qualche rischio. Gruppi di alberi o vecchi letti di ruscelli sono una buona indicazione di presenza di acqua. L’acqua si può raccogliere, perché ci rimane, in ceppi cavi o depressioni rocciose. Il ghiaccio o la neve sono una buona fonte se sciolti prima. L’acqua non dovrebbe avere un colore scuro, un odore cattivo, una schiuma oleosa o contenere materiali galleggianti maleodoranti, qualsiasi di queste caratteristiche possono indicare un forte inquinamento. La rugiada mattutina fornisce sicuramente acqua. può essere utile legare stracci o ciuffi di erba sottile alle caviglie e camminare attraverso l’erba coperta di rugiada prima o subito dopo l’alba. Strizzare l’acqua raccolta in un contenitore non appena gli stracci si bagnano. La rugiada può essere trovata anche su rocce e piante. Si può raccogliere più di un litro d’acqua in questo modo. Se si dispone di un sacco di plastica, ci si può avvolgere un ramo foglioso, le foglie intrappolate nella plastica, per effetto del sole e del riscaldamento in generale, iniziano a buttare acqua che si raccoglie nel sacco ed è senz’altro buona da bere. Le formiche o le api che entrano in un buco in un albero possono indicare un foro pieno d’acqua. Si può ricavare acqua dalla spillatura dei tronchi di piante tipo acero o betulla. …

Ricapitoliamo i concetti principali:

Cosa non bere:

  • non bere mai acqua stagnante, sopratutto se non c’è vegetazione o se si ritiene che la vegetazione presente sia tossica o velenosa.
  • non bere acqua sporca e contaminata, in genere, l’acqua contaminata da batteri porta sintomi gastrointestinali (nausea, dolori alla pancia, vomito, diarrea), questi sintomi normalmente si risolvono da soli in due o tre giorni; talvolta si può avere febbre. Più raramente può comportare infezioni al sistema respiratorio o a quello urinario. In casi più gravi, l’acqua non potabile contaminata potrebbe causare epidemie che portano alla morte dei soggetti malati (tifo, epatite, colera, …).
  • non bere acqua di mare, il sale disidrata l’organismo e può provocare danni irreparabili. L’acqua di mare deve essere sempre dissalata.
  • non bere urina, l’urina disidrata, nell’urina c’è l’acqua ma ci sono anche molte sostanze dannose per l’organismo. Si potrebbe, al pari dell’acqua di mare, farla evaporare e utilizzare la parte evaporata pulita da queste sostanze.
  • non mangiare neve e ghiaccio, perché provocano una dispersione di calore nel corpo e avvicinano all’ipotermia, prima di bere è meglio scioglierli in un recipiente per alzare la temperatura. Se si pensa che ci siano impurità, si può potabilizzare per sicurezza.

Cosa bere:

  • Potabilizzazione dell’acqua con alcune sostanze chimiche idonee:
    ci sono in commercio compresse per la potabilizzazione dell’acqua, più o meno tutte a base di cloro, normalmente preparate in compresse (1 compressa da 8,5 mg. per 1 litro di acqua, oppure 1 compressa da 33 mg. in 4/5 litri d’acqua), o ancora 1 compressa da 167 mg. in 20 lt. acqua).
    Dicloroisocianurato di sodio (NaDCC), è il principale composto chimico utilizzato nella fabbricazione di queste compresse (e anche il più sicuro). È un solido incolore, solubile in acqua.
    Troclosene sodico, è sempre un dicloroisocianurato. In caso di acqua torbida, filtrarla prima per avere limpidezza e poi mettere la compressa.
    Clorossidante elettrolitico (esempio amuchina). E’ una preparazione di ipoclorito di sodio: per potabilizzare 1 litro di acqua è necessario aggiungere all’acqua da purificare 10 gocce di clorossidante elettrolitico in soluzione all’1,1%. Questa dose corrisponde a mezzo litro di prodotto per 1000 litri di acqua.
    Candeggina: per ogni litro di acqua si può aggiungere dalle 2 alle 4 gocce di candeggina (senza additivi e senza profumazione) che contiene ipoclorito di sodio al 5%, in altri termini, mezzo cucchiaino circa 2,5 ml di candeggina ogni 20 litri d’acqua. La candeggina ha componente principale l’ipoclorito di sodio (NaOCI). La percentuale di ipoclorito di sodio nella candeggina considerata in queste note è di circa il 5%. In commercio si trovano anche candeggine al 3%, per le quali ci si deve regolare di conseguenza.
    E’ possibile acquistare l’ipoclorito di sodio ad alta titolazione (intorno al 14-15%). In questo caso conviene preparare almeno due boccette da 100 o 200 ml ciascuna, rispettivamente al 6 e al 12%: in questo modo si eviterà di aprire il flacone principale a ogni uso e solo al momento della diluizione.
    Iodopovidone (la soluzione più conosciuta è il betadine): disinfettante e per disinfettare l’acqua. La soluzione di Iodopovidone al 10%, ha un dosaggio per ogni litro di 4 gocce per acqua limpida e 8 per acqua torbida (è buona regola filtrare anche con mezzi di fortuna l’acqua per renderla più limpida. Lasciare agire per almeno mezz’ora.Come regola generale: l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda come dose massima 5 mg di cloro per litro di acqua.
  • si può sempre tranquillamente bere l’acqua contenuta nella frutta.
  • si può bere senza ulteriori precauzioni l’acqua piovana che può essere raccolta attraverso vari metodi.
  • Acqua bollita per almeno 8/10 minuti e poi raffreddata, si può tranquillamente bere sempre ed è il metodo più efficace.
    Si può anche far bollire l’acqua mettendola a contatto con pietre calde, se non si ha a disposizione un pentolino, utilizzando un recipiente fatto con canne di bambù o simile, oppure con corteccia. Se si mettono alcune pietre sotto la brace, queste possono arrivare anche a 1000°. basta prenderle senza scottarsi con due bastoncini e metterle nei recipienti auto-costruiti e precedentemente riempiti di acqua. In questo modo si porterà l’acqua in ebollizione e i recipienti non bruceranno.
  • l’acqua sporca, se abbastanza potabile o da potabilizzare, si può depurare filtrandola, facendola passare dentro un filtro a 3 strati costruito con mezzi di fortuna:
    – erba secca, paglia, fieno, misti a sassolini o pietrisco
    – sabbia
    – carbone
    Evitare l’utilizzo delle foglie che, se contengono tannino, inquinano ancora di più l’acqua.
Esempi di filtri a 3 strati
  • La distillazione è un altro metodo efficace per ottenere acqua potabile (trova la sua utilità soprattutto quando si ha a che fare con acqua di mare salata). Si costruisce un sistema scavando una buca nel terreno di circa un metro di larghezza e uno di profondità. Sul fondo della buca bisogna inserire delle foglie umide o dell’erba che rilasciano umidità, oppure un recipiente con acqua di mare (il recipiente di partenza, diverso da quello di arrivo). Bisogna ora prendere un telo di plastica e stenderlo sopra la buca, in modo che la buca sia coperta. Fissare il telo con terra o pietre. Al centro del telo bisogna poi mettere un peso, in modo che il telo non sia teso sopra la buca ma formi un cono. In corrispondenza della punta del cono avremo piazzato il recipiente di raccolta. La temperatura all’interno della buca aumenterà e l’acqua contenuta nelle foglie o quella marina del recipiente inizierà ad evaporare depositandosi sulla parete interna del telo. Sul telo si formeranno delle gocce di condensa. le goccioline scenderanno lungo il cono del telo e andranno nel recipiente di raccolta.
https://it.wikipedia.org/wiki/Dissalatore_a_energia_solare. Spiegazione sommaria del disegno: la parte della buca sotto il telo di plastica, dove si trovano le frecce in alto dell’evaporazione, dovrebbe contenere: 1) niente se il terreno è molto umido. 2) erba e fogliame che riscaldandosi rilasciano umidità e vapore. 3) acqua di mare (il sale evapora a temperatura più alta dell’acqua, quindi avviene la separazione in modo naturale) che si dissala e diventa bevibile.

Immagini prese dal manuale: Tecniche di sopravvivenza di Brian Hildreth dove si illustra la costruzione di un distillatore solare

Differenza tra distillazione e dissalazione:
sebbene venga comunemente chiamato “distillatore”, l’operazione unitaria che si svolge in un distillatore ad energia solare è una dissalazione. Questa improprietà di linguaggio deriva dall’uso comune di chiamare con il nome di “distillazione dell’acqua” quella che invece è una “dissalazione dell’acqua”. La distillazione vera e propria è infatti un processo di separazione basato sulla differenza di volatilità tra le sostanze da separare, mentre la dissalazione avviene tramite un meccanismo di tipo diverso: infatti nella tecnica della dissalazione viene innalzata la temperatura in modo da fare evaporare l’acqua, mentre il sale rimane nella soluzione liquida, per cui raccogliendo l’acqua evaporata si otterrà acqua con una concentrazione minore di sali disciolti. https://it.wikipedia.org/wiki/Dissalatore_a_energia_solare

L’Istituto di tecnologia del Massachusetts è una delle più importanti università di ricerca del mondo con sede a Cambridge, nel Massachusetts, recentemente ha annunciato lo sviluppo di un dissalatore solare, realizzato spendendo 4 $ di materiali. Il sistema di evaporazione solare passivo potrebbe essere utilizzato per pulire le acque reflue, fornire acqua potabile o sterilizzare strumenti medici in aree fuori rete.

  • Filtri potabilizzatori: esistono in vendita diverse tipologie di filtri potabilizzatori. Ci sono filtri ai carboni attivi, filtri in ceramica, potabilizzatori a osmosi inversa, potabilizzatori con setacci e micropori e altri che trattano l’acqua con lo iodio o un’altra sostanza chimica in grado di disattivare agenti patogeni. I filtri potabilizzatori esistono anche per essere portati in viaggio, in campeggio, in situazioni di emergenza… Sono leggeri e occupano poco spazio, hanno la forma di piccoli tubi e si utilizzano come una cannuccia. Sono efficaci per molti litri (dipende dal tipo) di acqua.

Considerazioni finali: per una situazione di emergenza si potrebbero prevedere, per ogni persona, circa 3/4 litri di liquido al giorno. Se si considera solo l’acqua da bere nel totale dei liquidi, bisognerebbe prevedere almeno 1,5/2 litri al giorno per persona. La quantità di acqua necessaria varia a seconda che si tratti di bambini, di adulti, di persone anziane, di malati, ecc… Più i contenitori per stoccare l’acqua sono piccoli e più semplice sarà conservarla (formazione di batteri). I contenitori migliori da utilizzare sono quelli in vetro che si possono sigillare (bottiglie, vasi e vasetti per marmellate e conserve). Il vetro però è di difficile stoccaggio, perché fragile e pesante. Probabilmente convengono i contenitori di plastica per alimenti (i migliori sono le taniche, i fustini e i bottiglioni a collo largo da 5 lt.), che si trovano nuovi in vari negozi. I migliori contenitori di plastica per uso alimentare sono quelli in polietilene ad alta densità: l’HDPE (nella raccolta differenziata ha il simbolo 02). Oppure si possono riciclare bottiglie di plastica, in questo caso però, non va tutto bene, i contenitori che contengono latte, succhi e simili, sono difficili da pulire e rigenerare. Le bottiglie usate dell’acqua invece si possono rigenerare facilmente (attenzione che la plastica ha una scadenza e dopo un certo periodo non è più idonea a contenere acqua potabile). I contenitori usati di plastica si devono lavare con acqua e sapone piatti. Poi si devono igienizzare con sostanze tipo candeggina (un cucchiaio di candeggina ogni 4/5 litri di acqua) e dopo aver tenuto acqua e candeggina nel contenitore per qualche minuto, risciacquare bene. Una volta riempiti i contenitori con acqua di rubinetto o potabile di altra provenienza, si deve indicare la data di confezionamento e conservarli in luoghi bui e freschi. Si deve inoltre, disinfettare (potabilizzare) l’acqua prima di chiudere bene il contenitore, con i metodi indicati sopra, principalmente con candeggina (o varechina), perché è il disinfettante più facilmente reperibile. Con questo metodo, l’acqua si conserva per parecchi giorni e se correttamente conservata, anche per alcune settimane.

Leggere anche:
Istituto superiore di Sanità: Detergenti, disinfettanti e disinfestanti (Biocidi)