Cesti, panieri, canestri

La tecnica del graticcio è utile in sopravvivenza per tante applicazioni: oltre ai contenitori serve nella costruzione di trappole per pesci, per le pareti di ripari e dei rifugi, per contenimento di un terreno… e così via.

Si devono utilizzare legni flessibili adatti come vimini, salice, ginestre, vitabbie (vitalba), liane, strisce di canne verdi, tifa, giunco. La mia spiegazione è sicuramente più superficiale del manuale citato, perché io questi contenitori li ho costruiti e li costruisco sopratutto perché mi devono essere utili in determinate situazioni e devono essere robusti. Poi, se esteticamente sono validi tanto meglio, altrimenti l’importante è che siano utilizzabili. Il tipo di legno utilizzato deve sempre essere immerso in acqua e lasciato a bagno per qualche ora, perché deve diventare morbido e flessibile, non si deve spezzare quando viene intrecciato e durante l’utilizzo e deve mantenere questa “morbidezza”, rimettendolo a bagno se si va lentamente e il legno si asciuga. Le estremità devono essere tagliate diagonalmente in modo che sia facile infilare il legno per formare il graticcio.

Per costruire un cesto (esempi di figura 1), come nella figura 2, si parte più o meno sempre dalla base con 6 bacchette di spessore più grande di quelle usate per l’intreccio, vengono tagliate a formare un’asola dove, a croce ci si infilano le altre 3.

Poi si comincia ad intrecciare i legni più fini e si costruisce la base che sarà della dimensione che ci serve.
Spiego di seguito come lavoro io:
cerco di prendere le 6 bacchette della base abbastanza lunghe, quando ho intrecciato la base, ripiego verso l’alto la parte in eccesso delle bacchette e continuo ad intrecciare le pareti (la figura 5 aiuta a capire); se la lunghezza della bacchetta risvoltata in alto non bastasse per avere la profondità desiderata, inserisco verticalmente altre bacchette creando un proseguimento di quelle piegate e facendole toccare possibilmente sulla base. Nella figura 5 di andrea Mercanti, queste bacchette vengono inserite invece nella base e poi ripiegate, forse questo metodo crea in effetti intrecci più robusti.
Non c’è molto altro da dire, guardare i disegni a fare pratica. La pratica spesso è molto più utile che leggere fiumi di parole…

Nel survival i libri, gli articoli e i consigli servono solo a prendere un’idea. Quando ci si trova faccia a faccia con le necessità ci si guarda intorno e si valutano i materiali disponibili. Se c’è l’idea un sistema per fare qualcosa lo si trova sempre…

Gli ottimi disegni presi da: Il manuale del trapper di Andrea Mercanti (prima edizione 1976 circa), spiegano in maniera chiara i passi da seguire per costruire cesti, panieri, canestri, gerle e contenitori vari.

immagini di: Il manuale del trapper di Andrea Mercanti
immagini di: Il manuale del trapper di Andrea Mercanti
immagini di: Il manuale del trapper di Andrea Mercanti

Campo e rifugio: scelta del luogo e allestimento

Scegliere il luogo dove fare il campo e il riparo, sia per brevi che per lunghi periodi.

E’ di fondamentale importanza costruire un riparo (o rifugio) idoneo alla protezione del corpo e per dare tranquillità e sicurezza. Prima ancora però è di fondamentale importanza scegliere bene il luogo dove costruire il riparo. Con il termine “allestire il campo” si indica la scelta e la preparazione del luogo dove si decide di costruire il riparo e anche come organizzare l’ambiente per avere intorno quante più comodità possibili. Il luogo dovrebbe avere caratteristiche idonee per l’abitabilità nel breve e, se dovesse essere necessario, nel lungo periodo. Quelle che seguono sono le linee guida per la scelta di quello che secondo me è un luogo ideale. Non sempre il territorio circostante sarà ospitale e adatto. Si cercherà ovviamente di trarre, come sempre, il massimo da quello che si ha a disposizione.

  • il luogo deve essere posizionato in un contesto dove sono abbastanza facili da reperire acqua, cibo, legna e altri materiali da costruzione. Il posto dovrebbe essere vicino ad un bosco o immediatamente all’interno di questo. Gli alberi potrebbero attirare fulmini… ma in natura non si può avere tutto perfetto.
  • è molto importante trovarsi in prossimità di una fonte d’acqua, ma non troppo vicino a questa, in modo da evitare insetti, umidità e ogni altra attività fastidiosa che si può trovare vicino all’acqua o a zone paludose o acquitrinose. Non deve essere fastidioso il rumore che fanno i fiumi e i torrenti quando scorrono, perché questo rumore potrebbe coprire altri rumori che è importante sentire per evitare pericoli (animali che si aggirano intorno al campo, rettili che si muovono sul terreno o nell’erba, frane, alberi morti che cadono, …).
  • il luogo dovrebbe essere abbastanza protetto dai fenomeni naturali sfavorevoli come smottamenti del terreno, piene e allagamenti, lontano da costoni dove possono cadere sassi, protetto dal vento e da situazioni climatiche avverse, ecc…
  • dovrebbe essere anche abbastanza protetto da animali, rettili, piante velenose, insetti. Gli insetti sono molto fastidiosi e non è facile creare un isolamento idoneo, a meno che non si dispone di tessuti/zanzariere e simili o si crea un ambiente fumoso esternamente al riparo (il fumo allontana gli insetti).
  • Se si spera nell’aiuto dei soccorsi, posizionarsi in posti abbastanza visibili sia dall’alto che da lontano (se si riesce ad accendere un fuoco, il fumo di questo è comunque ben visibile e sufficiente a farsi individuare).
  • si deve poi tenere conto della posizione geografica, della stagione (ogni stagione porta problemi diversi) e del clima.
  • Il terreno dove si costruisce il riparo dovrebbe essere abbastanza piano e asciutto, se possibile però il luogo scelto dovrebbe essere un posto rialzato per permettere un buon drenaggio in caso di piogge o maltempo.

Trovato il posto si pensa al riparo (rifugio, ricovero, …).

Un rifugio può aiutare a tenere alta la volontà di sopravvivere. Il tempo di permanenza nel luogo è fattore importante per decidere il grado di accuratezza dell’organizzazione. Se non si conosce o non si riesce a capire quanto si potrebbe rimanere, conviene partire subito con un buon riparo fatto per durare.
Bisogna, comunque, tenere presente lo scopo principale per cui viene costruito un ricovero:
conservare il più possibile il calore del corpo, proteggendolo dagli elementi naturali e dare tranquillità e confort a chi lo abita. Sarà quindi necessario costruire ricoveri grandi abbastanza da garantire facilità nei movimenti e rendono liberi, ma non tanto grandi da disperdere il calore provocato dall’accensione di un fuoco. Altra esigenza irrinunciabile è quella di garantire una continua ventilazione che impedisca l’accumulo di ossido di carbonio prodotto dalla combustione della legna (ci sono alcuni metodi pratici e risolutori per accendere un fuoco dentro un riparo, questo argomento sarà trattato in altri articoli specifici) per avere il fuoco all’interno di un rifugio.

Considero parte integrante del riparo, un recinto che circonda il campo per proteggere dall’esterno e che può essere fatto in vari modi, con rami spinosi, con canne o legni flessibili intrecciati, con rami incastrati e così via. Il recinto deve contenere al suo interno il riparo e altre piccole costruzioni di servizio da utilizzate durante il giorno. Se si predispone un posto per conservare il cibo, questo sarà ancora più riparato. Anche la zona latrina dovrebbe avere un recinto se non si trova all’interno di quello del riparo.

Brunitura: aceto caldo e acciaio al carbonio

Una lama in acciaio al carbonio prende la ruggine (si ossida) abbastanza facilmente.

La cosa non è poi così tanto fastidiosa, ma è richiesta più attenzione e manutenzione di una lama in acciaio inox.

Senza cercare soluzioni strane, per ridurre il fenomeno, è sufficiente immergere la lama in aceto caldo e lasciarla lì per un’oretta (in verticale, il manico lasciatelo fuori). La brunitura che si ottiene è efficace e dura nel tempo.

Quando si procede ad un’affilatura o anche solo a ravvivare il filo, questo risente del’asportazione superficiale e potrebbe ricominciare con qualche punta di ruggine.

Se possibile utilizzare aceto caldo perché agisce più velocemente, ma anche l’aceto freddo, aumentando il tempo di ammollo, porta allo stesso risultato. Per aceto freddo servono due o tre ore. Utilizzo aceto di vino ma credo vadano bene anche altri tipi di aceto.

un mio coltello companion heavy duty con la lama immersa in aceto di vino caldo

Boma (recinto, enclosure)

Un boma realizzato con rami spinosi di acacia in un villaggio rurale della contea di Isiolo, in Kenya. Foto scattata durante una campagna di immunizzazione contro la poliomielite nell’ottobre 2018. Autore Matthew Groenewold.

L’idea del boma o kraal (recinto) mi è sempre piaciuta. Non tanto come recinto per gli animali, che è l’utilizzo che ne fanno alcune popolazioni africane, quanto come idea di recinto intorno al rifugio che protegga e dia sicurezza. Non so quanto sia utile o efficace come protezione (probabilmente lo è). So solo che tutte le volte che ho costruito un boma intorno al rifugio, mi sono sentito più sicuro e protetto, più a casa e, ho vissuto lo spazio dentro al boma proprio come un cortile, per farci mille cose.
Dopo la costruzione di un rifugio solido e possibilmente comodo, dopo l’individuazione e l’organizzazione dell’approvvigionamento di acqua, dopo il fuoco e dopo qualche tentativo di procurarci il cibo,
cos’altro si può fare per passare la giornata, per non pensare troppo alla condizione in cui ci troviamo, per provare a stare bene nonostante tutto?
Ci vogliono i passatempi e uno di questi è proprio il miglioramento del posto in cui ci troviamo.
Il boma, in questo senso è un ottimo passatempo, il risultato finale ci gratifica in tutti i sensi e ci da una sensazione di benessere che ci fa proprio comodo.

Foto: https://experiment.com/u/sdfUzw

Ecco perchè, se e quando posso, costruisco sempre un boma intorno al rifugio.
Il boma, come nelle foto, può essere costruito con rami spinosi, con materiali legnosi di scarto come frasche, rovi, pruni e altra vegetazione.
può essere però costruito anche in modo più elegante, con pali piantati per terra e tutta una serie di rami o canne intrecciate che formano un muro. La fantasia in questi casi non è mai troppa.

Affilatura dei coltelli e degli strumenti da taglio

Pietra naturale a grana fine (sotto) e pietra cote tradizionale a grana media per attrezzi agricoli (sopra).

La scala di Mohs classifica le pietre e i minerali in base alla loro scalfittura. il principio è semplice, un minerale è più duro di un altro se riesce a graffiarlo. A seguire i 10 valori di questa scala:
1 Talco Molto tenero, usato in polveri cosmetiche
2 Gesso Usato per intonaci e gessetti scolastici
3 Calcite Componente del marmo, reagisce agli acidi
4 Fluorite Minerale fluorescente, usato in ottica
5 Apatite Presente nei denti e nelle ossa
6 Ortoclasio Un feldspato presente nel granito
7 Quarzo Molto comune, graffia il vetro
8 Topazio Pietra preziosa, resistente all’usura
9 Corindone Comprende rubino e zaffiro
10 Diamante Minerale più duro, ma anche fragile
In questa scala la durezza dell’acciaio temprato (e più o meno il vetro) è di circa 6,5. Tutto quello che ha durezza superiore a 6,5 può essere utilizzato per affilare. Le pietre cote, ma anche altre pietre idonee per l’affilatura, devono contenere molti minerali con durezza maggiore di 6,5, anche se questi possono essere parte (tenuti insieme o cementati) di pietre composte. Stesse considerazioni anche per i composti affilanti artificiali.

Definizione di affilatura:
– Dare o ridare il filo alle lame; arrotare.
– rendere tagliente una lama
– rendere tagliente una lama facendola passare sopra strumenti più o meno abrasivi come pietre naturali, mole naturali o sintetiche, carta vetrata, affilatoi al carburo di tungsteno, affilatoi in ceramica, affilatoi diamantati, …

Forse la parte più difficile nell’affilatura manuale è quella di mantenere il giusto angolo per tutta la durata del passaggio della lama sulla pietra.

Gli angoli di affilatura variano da 10°/15° (filo più fragile ma più tagliente, come quello di un rasoio) a 35°/40° (filo più robusto ma meno tagliente, come quello di scuri, asce, accette, roncole, manaressi).

Anche se nell’affilatura a mano non c’è necessità di dissipare il calore prodotto, è sempre buona norma bagnare le pietre naturali con acqua, per facilitare lo scorrimento e di conseguenza l’affilatura stessa, o con olio se le pietre sono ad olio.

Il video seguente mostra l’utilizzo pratico delle pietre per affilare i coltelli.

Title: Recreated historical knife sharpening with natural grindstone.webm
Author: Bjornfalkevik – Date: 12 August 2016

Recreated historical knife sharpening with natural grindstone

Articolo  seguente tratto da:

https://en.wikipedia.org/wiki/Knife_sharpening

Le pietre per affilare possono essere di origine naturale oppure sintetica, come nel caso delle pietre ceramiche e diamantate. Le pietre possono essere lubrificate con acqua od olio, prendendo il nome rispettivamente di pietre ad acqua e pietre ad olio, nel caso in cui sia necessario dissipare facilmente il calore prodotto durante l’azione di affilatura per via dell’attrito.

Le pietre che vengono impiegate per l’affilatura a mano non necessitano di lubrificazione, se non per facilitare lo scorrimento, in quanto la velocità con cui la lama viene mossa su di esse non consente di produrre grandi quantità di calore.

L’affilatura è il processo per rendere tagliente una lama sfregandola contro una superficie ruvida dura, come una pietra , oppure sfregandola contro una superficie flessibile con particelle dure, come carta vetrata . Inoltre, una coramella di rasoio in pelle , o coramella, viene spesso utilizzata per rifinire e pulire il tagliente.

Più piccolo è l’angolo tra la lama e la pietra, più affilato sarà il coltello, ma minore sarà la forza laterale necessaria per piegare il bordo o scheggiarlo (la lama è più vulnerabile). L’angolo tra la lama e la pietra è l’ angolo del bordo – l’angolo dalla verticale a uno dei bordi del coltello, ed è uguale all’angolo al quale viene tenuta la lama. Normalmente per usi comuni del coltello in situazioni d’emergenza si utilizzano angoli di circa 20°.

Coltelli diversi vengono affilati in modo diverso a seconda della molatura (geometria del tagliente) e dell’uso che se ne fa. Ad esempio, i bisturi chirurgici sono estremamente affilati ma fragili e vengono generalmente smaltiti, anziché riaffilati, dopo l’uso. I rasoi a mano libera utilizzati per la rasatura devono tagliare con una pressione minima, quindi devono essere molto affilati con un piccolo angolo e spesso una molatura concava . In genere questi vengono passati su una coramella spesso per tenere pulito e vivo il filo. I coltelli da cucina e per uso generico sono meno affilati. Un’ascia per tagliare la legna sarà ancora meno affilata perchè non deve tagliare ma spaccare quando si batte sopra il legno. Anche se non è sempre vero, in generale, più duro è il materiale da tagliare, maggiore sarà l’angolo del tagliente.

immagine presa da: https://www.bestsharpeningstones.com/

La composizione della pietra influisce sull’affilatura della lama (una grana più fine, di solito, anche se non sempre, produce lame più affilate), così come la composizione della lama (alcuni metalli prendono e mantengono un filo meglio di altri). Ad esempio, i coltelli da cucina occidentali sono generalmente realizzati in acciaio più morbido e hanno un angolo di taglio di 20–22 °, mentre i coltelli da cucina dell’Asia orientale sono tradizionalmente di acciaio più duro e hanno un angolo di taglio di 15–18 °. I coltelli per il survival o comunque operazioni di uso generico hanno generalmente una durezza di 54-58 HRC (scala Rockwell), in alcuni casi (ma io li sconsiglio perchè poi diventano difficilmente affilabili con mezzi di fortuna) possono arriva re anche a 60-61 HRC.

L’affilatura dei coltelli viene fatta in più fasi che sono: rimozione del metallo per formare un nuovo bordo; affilatura grossolana (utilizzando pietre ad acqua, pietre ad olio, carta vetrata o altro); affilatura fine (utilizzando gli stessi strumenti di cui sopra, ma in grane più fini); lucidatura e rimozione bavette.

Le lame vengono danneggiate principalmente dalla deformazione, dalla forza di compressione, dall’essere premute su un oggetto duro, dalla flessione , dalla pressione laterale.  Le lame possono anche essere danneggiate dall’acido (come quando si tagliano limoni o pomodori) o dalle alte temperature.

Si possono evitare danni alla lama utilizzando una lama appropriata per quello che si deve fare: una lama più sottile per lavori più delicati e una lama più spessa ogni volta che non è necessaria una lama più sottile (ad esempio una lama più sottile potrebbe essere utilizzata per tagliare filetti, spellare e in generale lavorare carni,  ma anche frutta e verdura, mentre una più spessa potrebbe essere usata per i tipici lavori da campo più robusti). Se le lame sono in acciaio al carbonio che potrebbe prendere ruggine, effettuare manutenzioni periodiche di pulizia e lubrificazione.

L’affilatura della lama può essere controllata in diversi modi:

Visivamente, controllando imperfezioni, scheggiature, piegature.
Al tatto, facendo scorrere un pollice sulla lama (perpendicolare al bordo), grattando sopra un’unghia, fare la prova del taglio di peli sulla pelle. Si può controllare se “morde”, cioè taglia scorrendo senza pressione su un oggetto morbido (verdura) e senza strappare.

Le pietre per affilare sono disponibili in grana grossa e fine e possono essere descritte come dure o morbide a seconda che la graniglia si stacchi dalla pietra con l’uso. Esistono molte fonti di pietre naturali in tutto il mondo.

Per una affilatura iniziale, su lame consumate o rovinate, si usano pietre dalla 120 alla 400, per una affilatura normale che rigenera o ripristina delicatamente senza consumare troppo acciaio, si usano pietre tra la 700 e la 1200, per rifinire eliminando graffi e bave (ma anche per lucidare) che si sono formate dopo un affilatura più pesante, si usano pietre dalla 2000 in su.

Anche le pietre ceramiche sono comuni, soprattutto per le granulometrie fini. Pietre all’acqua giapponesi (sia artificiali che naturali) sono disponibili in graniglie molto fini. Prima dell’uso, vengono immersi in acqua, quindi sciacquati con acqua di tanto in tanto per esporre nuovo materiale lapideo alla lama del coltello. La miscela di acqua e pietra abrasa e materiale del coltello è nota come liquame, che può aiutare con la lucidatura del bordo del coltello e aiutare ad affilare la lama.

Le pietre diamantate possono essere utili nel processo di affilatura. Il diamante è la sostanza naturale più dura conosciuta e come tale può essere utilizzata per affilare quasi tutti i materiali. Le pietre per affilare al diamante grosso possono essere utilizzate per appiattire le pietre ad acqua. Le pietre in carburo di tungsteno o in ceramica, possono essere utilizzate per l’affilatura dei coltelli.

Approfondimenti:

la Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Bergamo pubblica un opuscolo sulle pietre originali della bergamasca:

La pietra cote di Pradalunga

Acciai per coltelli e utensili

L’acciaio al carbonio è una lega di ferro e carbonio (ed eventualmente altri elementi) contenente una percentuale di carbonio non superiore al 2,1%.
Tempra in forgia a circa 850°C (il cosiddetto rosso ciliegia) oppure in forno a 790°/850°
Spegnimento in olio, è meno efficace lo spegnimento in acqua.
Rinvenimento in forno per una durata 60/90 min a 150°C fino a 230°C per avere una durezza di 54/61 HRC a seconda del tipo di acciaio.
Il taglio è morbido, la lama si riaffila velocemente e bene, richiede manutenzione e pulizia perchè ossida (arrugginisce) facilmente. Si lavora molto bene alla forgia e si tempra facilmente.

Gli acciai Inox o inossidabili sono caratterizzati (rispetto all’acciaio al carbonio) da una maggior resistenza all’ossidazione e alla corrosione, specie in aria umida o in acqua salata. Questa resistenza è dovuta principalmente alla presenza del cromo (che deve essere almeno del 10%), che è in grado di passivarsi, cioè di ricoprirsi di uno strato sottile e aderente di ossidi che protegge superficialmente il metallo o la lega sottostante dall’azione dell’ossigeno e degli agenti chimici esterni.
Tempra in forno da 1050° a 1070° per 5/15 minuti
Spegnimento in olio o acqua. Rinvenimento in forno per una durata 60/90 min a 230°C fino a 270°C per avere una durezza di 58/61 HRC a seconda del tipo di acciaio e del risultato che si vuole ottenere.

Spegnimento in olio caldo
Lo spegnimento in olio caldo (60/80°C ) favorisce un abbassamento della temperatura più dolce rispetto a quello in acqua, si creano tensioni migliori nell’acciaio e probabilmente si riducono di molto le cricche e le lame storte. Le cricche e le deformazioni della lama possono essere ulteriormente evitati eseguendo dopo la costruzione finale e prima della tempra finale una ricottura (temperatura superiore ad Ac3 che va da 700°C a 750°C) e poi un raffreddamento in modo molto lento a temperatura ambiente di 15-20°, in assenza di vento e altre intemperie.

Sugli acciai in generale:
se la percentuale di carbonio è superiore al 2,1%, la lega non è più acciaio ma si chiama ghisa con proprietà completamente diverse.
L’acciaio ha doti di resistenza, durezza ed elasticità molto maggiori di quelle del ferro puro e semplice per via dell’aggiunta del carbonio e altre sostanze.
La durezza dell’acciaio si misura in HRC (Hardness Rockwell Cone). Un diamante è 100 HRC.
Per quanto riguarda le lame da taglio, una durezza più bassa (esempio 45/54 HRC) indica un acciaio più morbido e più flessibile (si spezza più difficilmente), che tiene meno il filo ma si riaffila più facilmente; una durezza più alta (esempio 56/63 HRC) indica un acciaio più duro (si spezza più facilmente), che tiene per molto tempo il filo ma si riaffila più difficilmente e in alcuni casi (HRC molto alto) solo con strumenti diamantati appositi.
In sopravvivenza probabilmente la durezza ottimale è compresa tra 54 e 58 HRC.
Un acciaio al carbonio è meno resistente alla corrosione di un acciaio inox.
Coltelli costruiti con lo stesso acciaio possono risultare molto buoni oppure assolutamente scadenti, perché al di là del tipo di acciaio la differenza la fanno anche il trattamento termico e il rinvenimento che determinano la qualità finale del coltello.

Acciai per coltelleria

Acciai al carbonio:

C45 – C 0,42-0,50% (il numero della sigla indica il tenore di carbonio), viene utilizzato oltre che nella coltelleria anche nell’industria meccanica per la realizzazione di cuscinetti e parti di macchinari vari dove si rende necessaria un’ottima flessibilità del materiale. E’ utilizzato anche, insieme al C50 per la realizzazione di accette, roncole e manaressi.
C50 – C 0,47-0,55%
C60 – C 0,60%
C70 – C 0,70% acciaio di elevata temprabilità, adatto alla forgiatura e alla produzione di lame, parti soggette ad usura, molle. E’ probabilmente il tipo di acciao più utilizzato dai coltellinai italiani (e non solo) che impiegano acciaio al carbonio in determinate lame. Viene utilizzato anche per la realizzazione di machete.

k7201.2842, 90MnCrV8O2, le sigle indicano lo stesso acciaio con 0,90% di carbonio, non è propriamente adatto per lame da taglio anhe se utilizzato, è più adatto per punzoni e utensili vari per la lavorazione di legno e metallo.
k1001.2080DIN X210Cr12UNI X205CrKU12KUAisi D3, le sigle indicano lo stesso acciaio con 2,0% di carbonio, non è adatto per lame da taglio, è più adatto per coltelli circolari e lame da cesoia, lame per trance.

Acciai AISI serie 1000, la seconda cifra è zero (acciai al carbonio) la terza e quarta cifra indicano il tenore di carbonio (0,5-0,95,…)
1050 è un acciaio al carbonio con circa 0,50% di carbonio. E’ adatto per coltelli.
1055 è un acciaio al carbonio con circa 0,55%/0,60% di carbonio. E’ ottimo per lance, accette e coltelli.
1095 (c100) molto buono per coltelleria, resiste all’abrasione e all’usura ma è soggetto alla corrosione.
C 1,0%, Si 0,30%, Mn 0,45%. Viene trattato termicamente a 800°C. Il tempo del rinvenimento determina la durezza: 100°C HRC 67; 200°C HRC 63; 300°C HRC 57.

80CrV2 acciaio per molle o lame ad alto tenore di carbonio, utilizzato per lame sopratutto dall’azienda Varusteleka per i suoi Terävä Skrama. Come durezza viene portato a circa 58/59 HRC. È essenzialmente un acciaio 1080, C75, CS80.

SK5 acciaio lavorato a freddo, che genera il fenomeno dell’incrudimento (fenomeno metallurgico per cui un materiale metallico risulta rafforzato in seguito a una deformazione plastica, cioè permanente, a freddo) e fa sì che la lama abbia una resistenza maggiore alla forza di trazione e una buona resistenza all’abrasione e all’usura.
– SK5(JIS) – Nome standard JIS dell’acciaio AISI W108. Il nuovo nome JIS è SK85. Acciaio per utensili temprato in acqua, utilizzato in coltelli, molle e altri strumenti e utensili da taglio, percentuale di carbonio: 0,8-0,9%. La durezza va da 54 a 58 HRC.
– SK5(PN) – Acciaio per utensili rapido al tungsteno, percentuale di carbonio: 0,75-0,85%.

Della stessa famiglia si possono segnalare anche gli acciai ad alto tenore di carbonio SK2, SK4, SK7. La differenza è nel contenuto di carbonio, che può variare da 0,9 a 1,3 a seconda del tipo e del produttore. Vengono utilizzati principalmente per la fabbricazione di coltelli da cucina giapponesi e per lame di rasoio, di pialle e forbici da potatura.

A2 semi inossidabile, trattato termicamente raggiunge 50HRC
D2 semi inossidabile, altre designazioni sono DIN 12379, ASTM A681, UNS T30402, BD 2, è un acciaio per utensili auto-temprante ad alto contenuto di cromo e carbonio che può essere trattato termicamente per raggiungere caratteristiche di elevata durezza e resistenza, trattato termicamente raggiunge 55HRC

5160 acciaio al carbonio utilizzato per la fabbricazione di coltelli, facile da lavorare,buona resistenza, media durezza, ritenzione bordo di medio taglio. Tempra a 830°, raffreddamento in olio, 62 HRC. Composizione chimica ( % ): C:0.65, Si:1.80, Mn:0.80, Cr:0.35

acciai inox

W 1.4116 è praticamente il 420C
MA5MV è praticamente il 420C

420C oppure X20Cr13 o anche equivalente X50CrMoV15, largamente utilizzato nella coltelleria da cucina; la sigla indica: altamente legato (X), 0,5% di carbonio (50) , cromo (Cr), molibdeno (Mo) e vanadio (V). percentuale di cromo 15%. se le percentuali sono inferiori all’1% non si indicano, in questo caso non sono indicate percentuali per molibdeno e vanadio che appunto sono inferiori al 1%. Equivalenti al 420 sono anche gli acciai 1.4034 codificato anche con X46CR13 o MA4.

L’acciaio 440 è utilizzato nella produzione di cuscinetti, utensili da taglio. Le sigle si differenziano principalmente per il contenuto di carbonio e indicano una durezza e una tenacità maggiori:
440 A, C 0.65%, 54 HRC
440 B, C 0.75%, 56 HRC
440 C, C 0.95%, 58 HRC

Sandvik è un produttore di diversi tipi di acciaio inossidabile.
Sandvik 12C27, è facile da modificare e mantiene bene la sua affilatura, è di media durezza e si riaffila bene. Buona resistenza alla corrosione. Composizione: C 0,60%, Si o,40%, Mn 0,40%, Cr 13,5%
Sandvik 14C28N, buona l’affilatura, la stabilità e la resistenza alla corrosione. Per coltelli tascabili, coltelli da chef, coltelli da caccia e coltelli da pesca. HRC da 55 a 59 in base al rinvenimento effettuato. L’acciaio Sandvik 14C28N può essere paragonato all’acciaio 12C27, ma contiene azoto supplementare e una quantità leggermente superiore di carbonio. Per questo motivo il coltello è un po’ più robusto e resistente all’usura. In realtà questa differenza si nota appena.

7Cr17MoV acciaio inossidabile ad alto tenore di carbonio, è simile all’acciaio 440A, sono stati aggiunti più elementi di vanadio per conferirgli maggiore resistenza, aumentare la tenacità e la resistenza all’usura.

ATS 34RWL 34154CM, acciaio molto duro per lame e utensili, alta qualità, inossidabilità sicura, ottima tenuta dell’affilatura, tenace e resiliente, si tempra a 60/61 HRC con tempra classica oppure a 63/64 HRC con tempra criogenica

VG10 è un tipo di acciaio inossidabile con una percentuale di carbonio molto alta. Per essere un acciaio inossidabile. Il VG10 contiene l’1% di carbonio. In questo modo il VG10 è più duro rispetto alla maggior parte dei tipi di acciaio inossidabili. Le qualità di taglio sono molto buone ed è facile da affilare. HRC 61/62

N690CO, simile al 440C, elevata durezza e resistenza all’usura, buona resistenza alla corrosione. Composizione: C 1,08%, Si 0,40%, Mn 0,40, Cr 17,3%, Mo 1,10%, V 0,10%, Co 1,5%. 60 HRC

Pronto soccorso, indicazioni per un kit

A seguire alcune indicazioni per assemblare un kit di pronto soccorso.

L’elenco prevede cose ridondanti da scegliere secondo le proprie esigenze e cose che per alcuni potrebbero risultare inutili.

– accessori utili personali (da personalizzare in base alle proprie esigenze):
occhiali da vista
lente di ingrandimento

Più in generale: protesi o accessori per il corpo indispensabili

– pulizia e igiene personale
sapone di Marsiglia in pezzi o polvere (si può usare la cenere, con vari metodi, per la pulizia e l’igiene personale)

– piedi, mani, igiene personale
attrezzatura per il taglio e sistemazione delle unghie
attrezzatura per taglio e sistemazione barba e capelli

– repellente per zanzare e insetti

——

Kit per il pronto soccorso:

– iodopovidone disinfettante e per disinfettare l’acqua
– alcool etilico disinfettante 90°
– cerotti in confezioni
– cerotti in rotolo
– cerotti tipo punti di sutura
– garza in rotolo e in compresse
– benda autoaderente e normale
– panno bianco di cotone circa 40×50 cm.
– cotone idrofilo
– lacci emostatici
– forbici
– pinzette

medicinali, viene indicato il principio attivo, non sarà difficile trovare un buon prodotto da banco o un prodotto pubblicizzato con il principio attivo indicato:

– Acido acetisalicilico, è un derivato acetilato dell’acido salicilico con proprietà analgesiche, antinfiammatorie e antipiretiche.

– Acido ialuronico sale sodico, trattamento di ferite ed ulcerazioni, escoriazioni, ferite superficiali, scottature, ustioni, irritazioni cutanee da sole, freddo, vento.

– Ciprofloxacina, antibiotico, si usa negli adulti per trattare le seguenti infezioni batteriche: infezioni delle vie respiratorie, infezioni di lunga durata o ricorrenti dell’orecchio o dei seni paranasali, infezioni delle vie urinarie, infezioni degli organi genitali negli uomini e nelle donne, infezioni gastrointestinali e intraddominali, infezioni della pelle e dei tessuti molli, infezioni delle ossa e delle articolazioni.

– Gentamicina per infiammazioni cutanee derivanti da infezioni batteriche. Può essere associata al Betametasone, che è utilizzato per il trattamento di dermatosi infiammatorie ed allergiche. E’ adatto anche per punture di insetti.

– Ibuprofene è un antidolorifico e antinfiammatorio e viene utilizzato per mal di testa, nevralgie, dolori mestruali, torcicollo, contusioni, distorsioni, strappi muscolari.

– Ketoprofene Sale di Lisina, fa parte della categoria degli antiinfiammatori non steroidei. Per dolore e infiammazioni.

– Loperamìde antidiarroico, per il trattamento sintomatico della diarrea occasionale (acuta).

– Metilprednisolone, disordini endocrini, dermatiti, psoriasi, eczemi, micosi, infezioni vie respiratorie, enfisema, fibrosi, colite e… varie cortisone.

– Paracetamolo compresse, oppure bustine orali da prendere senza assunzione di acqua. Come antipiretico: trattamento sintomatico di affezioni febbrili quali l’influenza, le malattie esantematiche, le affezioni acute del tratto respiratorio, ecc. Come analgesico: cefalee, nevralgie, mialgie ed altre manifestazioni dolorose di media entità, di varia origine.

Igiene del campo: organizzazione, cibo e rifiuti

Quando si prende un pesce, un uccello o altro animale, non preparare la carne degli animali in prossimità del rifugio, gli odori, il sangue, gli intestini e frattaglie, gli scarti e la carne stessa attirano al rifugio gli altri animali, compresi quelli pericolosi. Tutti gli animali andrebbero puliti e sistemati nel luogo in cui vengono presi o comunque in prossimità di trappole, seppellire i resti in modo che non rimanga niente a cielo aperto. Eventuali pelli devono essere preparate per la concia (stese su un telaio, pulite sul retro di tutto il materiale organico che si può decomporre, fatte asciugare e finalmente trattate sul retro con urina, oppure con cortecce giovani di querce, betulle, acacie, che contengono tannino, oppure ancora con una poltiglia di cervello animale e acqua) in modo che si asciugano senza decomporsi e rimangono morbide quanto più possibile. La preparazione delle carni produce molti rifiuti, per questo bisognerebbe lavorare in condizioni di pulizia e in presenza di abbondante acqua, addirittura l’ideale sarebbe sulla riva di un torrente o di un lago o di uno stagno, con pietre a disposizione per avere una superficie di appoggio comoda. Per preparare gli animali si può anche appenderli per gli arti inferiori (legare sotto le articolazioni e divaricare gli arti), far defluire bene il sangue (che volendo può essere recuperato) e togliere gli organi genitali velocemente (in un apposito articolo si vedrà come scuoiare e pulire gli animali). Anche l’affumicatura della carne o del pesce, che dura alcune ore, dovrebbe essere fatta su un affumicatoio costruito distante dal riparo. In definitiva, bisognerebbe mantenere la zona del riparo più pulita possibile e libera da odori di “cucina”. Quando si parla di “distanza dal riparo o dal rifugio” non ci sono regole precise e ognuno deve decidere in base al luogo in cui si trova, ai possibili animali predatori che ci potrebbero essere e alla disponibilità di acqua. Prestare attenzione all’utilizzo dei ruscelli, dei fiumi e dei torrenti in genere, cominciando con il punto di raccolta dell’acqua per bere o bollire più in alto di tutti (nel senso di come scorre l’acqua), poi con il punto dell’acqua per lavarsi e per l’igiene personale, continuando con il punto di pulizia cibo e a finire con l’eventuale punto di scarico feci, urina e altro.
Anche la cottura delle carni dovrebbe essere eseguita distante dal rifugio. Converrebbe costruire una tettoia (per riparazione dalla pioggia o dal sole) in prossimità dell’acqua e non vicina al rifugio. Sotto la tettoia predisporre all’occorrenza un fuoco diurno e un minimo di comodità per mangiare (un tronco o un sasso largo per sedersi).
L’essiccazione al sole della carne deve essere fatta in alto su cespugli e rami difficilmente raggiungibili da altri animali.
La conservazione del cibo in genere, deve essere predisposta in un posto più alto del suolo. Il cibo deve essere conservato dentro un sacco o dentro un contenitore di fortuna costruito sul posto, possibilmente impenetrabile a mosche, mosconi e insetti in genere. Il cibo si può conservare anche sottoterra, in un contenitore da inserire in una buca scavata nel terreno e adeguatamente coperta.

La lavorazione e pulizia di erbe e piante è sicuramente meno problematica e gli scarti possono essere lasciati anche a cielo aperto non vicino al rifugio.

i rifiuti devono essere bruciati, quelli non bruciati se non utilizzati per le esche, devono essere seppelliti vicino alla latrina (così si concentrano gli scarti in un unico posto).

Se si dovesse avere problemi di insetti (zanzare, tafani, pappataci, …) e avere la necessità di tenerli lontano (gli insetti sono un dramma per chi deve stare all’aperto), un po tutt’intorno al riparo si dovrebbe disporre una specie di canale non tanto profondo per farci al suo interno, in sicurezza, un fuoco fumoso (legna verde, erbe, foglie verdi). Ovviamente il fuoco non deve essere fastidioso per la respirazione. Il fumo è utile per allontanare gli insetti.

Igiene del campo: latrina

campo e igiene: preparazione della latrina

Regole generali:

  • non mischiare feci e urina (utilizzando la stessa fossa o buca), l’urina ritarda notevolmente la decomposizione delle feci.
  • scompattare (sbriciolare e sminuzzare) le feci, questo favorisce la dispersione degli odori più velocemente e anche l’essiccazione e la fusione con il terreno.

Spesso nei manuali di sopravvivenza o nei siti che trattano lo stesso argomento, che mi è capitato di consultare, si parla poco o quasi niente di questo argomento. Eppure questo aspetto dell’igiene personale è molto importante e la costruzione di una latrina deve essere attentamente eseguita.
E’ vero che in una situazione di emergenza e sopravvivenza si mangia molto poco e a volte per niente. Questo non significa però che si devono trascurare i bisogni fisiologici che hanno come scopo l’espulsione dei rifiuti del metabolismo.

In breve si tratta di fare una piccola buca rettangolare per terra di circa 20/25 cm. larga e circa 30/40 cm. lunga destinata alla latrina e davanti, a circa 5 cm. una seconda buca di 20 cm. larga e 20 cm. lunga destinata all’orinatoio. La profondità è soggettiva, si scava finchè si ha voglia. Se si va oltre i 50 cm. è meglio. Nell’utilizzo ci si accuccia (o accovaccia) sopra appoggiando i piedi a sinistra e adestra della larghezza, oppure si fa una struttura con il legno per sedersi più comodamente. La buca più piccola davanti si usa anche in piedi per urinare, quando serve fare solo questo.

Nei loro manuali, John ‘Lofty’ Wiseman: Sas Survival Handbook e Andrea Mercanti: Manuale del Trapper, danno la giusta importanza a questo aspetto dell’igiene della persona (per tanti aspetti anche Mors Kochanski). Andrea Mercanti nei suoi disegni, esalta la zona con aggiunta di suppellettili varie. Nella realtà le cose non stanno esattamente così come vorebbe Mercanti, ma sicuramente non guasta la ricchezza degli oggetti nel disegno. Probabilmente Wiseman inquadra meglio una situazione di sopravvivenza e consiglia di costruire una latrina con poco distante un orinatoio, questo per i bisogni diurni e notturni più ripetitivi.

John ‘Lofty’ Wiseman: Sas Survival Handbook: la latrina

Le misure della latrina al contrario sono migliori quelle consigliate da Andrea Mercanti perché più facilmente “utilizzabili” da sopra e senza divaricare troppo le gambe, cosa che farebbe fare una fossa larga. Quando costruisco la “zona latrina” tengo conto dei consigli di entrambi gli autori, utilizzando però metodo e misure indicate all’inizio dell’articolo. I disegni che pubblico, tratti dai rispettivi manuali, rendono bene l’idea. Preferisco posizionare la latrina e l’orinatoio sotto una tettoia, in prossimità del rifugio (scegliere la posizione in funzione del terreno, che non crei problemi ad eventuali sorgenti d’acqua e sottovento), comunque comodamente raggiungibile sopratutto di notte con poca luce stellare o lunare. Se è stato costruito un recinto (boma), meglio comprendere dentro il recinto la zona latrina. Successivamente, quando posso, costruisco sulla fossa della latrina una seduta di legno. La terra ammucchiata durante lo scavo della fossa la lascio accanto alla latrina e, insieme a dell’altra che ci porto e che mischio alla cenere prodotta dal fuoco, la riutilizzo per ricoprire le feci e l’urina.

John ‘Lofty’ Wiseman: Sas Survival Handbook: l’orinatoio

L’orinatoio costruito come nel disegno sopra riesce a disperdere bene l’urina sotto terra. C’è però bisogno, almeno una volta al giorno di gettare dell’acqua e cenere sul cono per tenerlo pulito. Sia la latrina che l’orinatoio devono essere coperti, è necessario costruire un coperchio di fortuna con rami, foglie, canne, ….

Andrea Mercanti: Manuale del Trapper, pagina di disegni di come dovrebbe essere la zona latrina

Zanzare, pappataci, tafani

Quando mi trovo in un bosco in periodi estivi/caldi, quando il sudore mi scende dalla fronte e me lo sento sulla pelle, quando si percepisce un grado alto di umidità e tutto il corpo diventa appiccicoso,
non ho paura di animali come cinghiali, lupi, ecc… . Ho paura di animali microscopici che ti rendono la vita un inferno: sono gli insetti come le zanzare, i pappataci e i tafani.

Sono microscopici, difficili da combattere e portatori di virus, parassiti e batteri. Le loro punture sono fastidiosissime, danno prurito e allergia sulla parte colpita. Si trovano sempre in grandi quantità e se non si presta attenzione ci si ritrova pieni di punture. I pappataci e le zanzare sono molto simili, le femmine si nutrono di sangue umano e di altri animali. Si trovano principalmente nelle zone costiere, calde e umide (meglio se acquitrinose), ma anche in zone collinari perché la temperatura e l’umidità dentro un bosco sono sempre ottimali per questi insetti. Sia le zanzare che i pappataci sono animali prevalentemente notturni. A differenza delle zanzare, attirate da odori emessi dalla pelle, i tafani sono attirati dal calore e dall’acqua stagnante. Cosa fare per combatterli? Sarebbe troppo facile dire di utilizzare una zanzariera a trama fitta (i pappataci sono più piccoli delle zanzare). Molte piante spontanee elencate sotto sono efficaci anche per i tafani. Mantenere il corpo più fresco e arieggiato possibile. E’ dimostrato che un abbigliamento chiaro attira di meno i tafani. I batteri in prossimità dei piedi e delle caviglie attraggono in modo particolare le zanzare. Il sudore e l’acido lattico prodotto dopo attività fisica attraggono le zanzare e i pappataci. I tafani femmine, come anche le zanzare e i pappataci hanno necessità di sangue per produrre le uova, quindi mordono (non pungono) e lacerano la pelle.
Se la zanzariera non c’è e se non ci sono nemmeno repellenti chimici?
Qualcosa si può fare ugualmente:
– mantenere pulito il terreno dove ci troviamo da escrementi e rifiuti organici
– l’erba alta è rifugio di insetti che si nutrono di sangue
– evitare ristagni d’acqua dove facilmente le zanzare possono deporre le uova
– il rame, ben pulito e non ossidato rilascia ioni che bloccano la crescita degli insetti
– libellule, pipistrelli gechi e rondini combattono la diffusione di zanzare
– cercare per massaggiarci la pelle e buttare nell’ambiente piante spontanee anti zanzare e anti insetti in generale: monarda, catalpa, citronella, lavanda, calendula, incenso, rosmarino, rosmarino di palude, timo, menta, mentuccia
– affumicare abbondantemente la zona in cui ci si trova, accendendo dei piccoli fuochi che si fanno “affogare” (producendo maggior fumo) con erba verde, meglio se di erbe naturalmente repellenti. Per esempio La Thypa o stiancia può essere accesa e bruciando lentamente come se fosse incenso serve a tenere lontani gli insetti.

Gli insetti sono un problema serio in ambienti estivi boschivi e umidi. Prevedere nel kit di sopravvivenza uno o due stick di repellente non è mai una cattiva abitudine (lo stick, non lo spray che potrebbe smettere di funzionare). E’ utile inserire nel kit anche una zanzariera di tessuto robusto di cotone o in tessuto sintetico di ottima qualità. Una zanzariera serve inoltre a tante cose: rete da pesca, rete di raccolta, …

Per altre informazioni, leggere il documento dell’Istituto Superiore Di Sanità, riguardante: West Nile Virus, Dengue e altre arbovirosi, situazione e prevenzione. Il documento originale si trova al seguente link: iss.it/web/guest//news/-/asset_publisher/gJ3hFqMQsykM/content/id/8717545

Disinfettanti: principali tipi e diluizioni

Nota: disponendo solo di ipoclorito di sodio o di iodopovidone opportunamente diluiti si riesce a sterilizzare o disinfettare praticamente qualsiasi cosa, acqua e recipienti compresi.

I principali tipi di disinfettanti sono:

  • iodopovidone disinfettante della cute o delle ferite, trattamenti antisettici, igiene orale, potabilizzazione dell’acqua non sicura. E’ solubile sia in acqua sia in alcol o altri solventi, si trova in commercio come soluzione idroalcolica al 10%.
  • ipoclorito di sodio, L’ipoclorito di sodio per medicazione deve essere utilizzato in soluzione non superiore allo 0,05%. Se non si dispone di questa diluizione bisogna diluirlo con acqua (di rubinetto) facendo i calcoli sulla base della concentrazione reperita.
    La candeggina in commercio presenta in etichetta la percentuale di cloro attivo (normalmente 3% o 5%). Se la candeggina è al 5%, in un litro ci sono 50 ml di cloro. Se la candeggina è al 3%, in un litro ci sono 30 ml di cloro.
    Se si vuole arrivare alla diluizione dello 0,5% in cloro, in 1 litro di prodotto voglio 5 ml di cloro, e quindi 995 ml di acqua.
    Se si vuole arrivare alla diluizione dello 0,05% in cloro, in 1 litro di prodotto voglio 0,5 ml di cloro, e quindi 999,5 ml di acqua.
  • amuchina:
    In commercio si trova anche il preparato che ha il nome di amuchina, concentrata al 1,1% di ipoclorito di sodio.
    In questo caso eseguire la seguente diluizione:
    – per ferite, piaghe e ulcere, preparare una soluzione al 10% (100 ml di prodotto in 1 litro di acqua di rubinetto).
    – per disinfettare cute, piccole ferire e genitali, preparare una soluzione al 5% (50 ml di prodotto in 1 litro di acqua di rubinetto).
    – per medicazione prolungata di ferite e ustioni, preparare una soluzione al 3% (30 ml di prodotto in 1 litro di acqua di rubinetto).
    Esempio, se per medicare necessita una diluizione allo 0,05% e la soluzione di partenza è al 1%, per fare 250 ml di soluzione allo 0,05% si prendono 12,5 ml di soluzione al 1% e si aggiunge acqua fino a 250 ml.
  • acqua ossigenata, agisce con un meccanismo simile a quello dell’ipoclorito su batteri, spore, virus e lieviti, ma è meno efficiente. È ampiamente disponibile sul mercato diluita a diverse concentrazioni (dal 3 al 12%). Nella sua forma diluita è utilizzata soprattutto per disinfettare piccole ferite, in ambito domestico, in ambienti professionali e in cosmetica (anche come sbiancante e decolorante). Si degrada con facilità (la degradazione è visibile dal rigonfiamento del contenitore) e deve essere mantenuta in luogo fresco; quando è concentrata al 35% va conservata alla temperatura di 4°C e usata con cura perché corrosiva
  •  composti d’ammonio quaternario (QUATs), privi di un colore ed odore specifico, sono molto utilizzati per la disinfezione di superfici ed ambienti (ad esempio nelle mense e nelle zone di preparazioni alimentari). Sono disponibili sul mercato a concentrazioni di 1,5-2,5%; quando sono più concentrati devono essere diluiti in acqua prima dell’uso e maneggiati con cura perché irritanti e, in alcuni casi, anche corrosivi per pelle e occhi. Riescono ad eliminare batteri, la maggior parte dei virus, ma generalmente non le spore
  • ossido di etilene, per la sua elevata efficacia nei confronti di batteri, funghi, virus e spore, è utilizzato soprattutto per sterilizzare strumenti chirurgici, sale operatorie e contenitori per farmaci e/o alimenti: la distruzione dei microorganismi è totale. A temperatura ambiente è un gas e poiché è infiammabile e tossico, può essere maneggiato solo da personale esperto
  • merbromina è un organometallo a base di mercurio, utilizzato come antisettico per uso topico, in virtù della sua azione batteriostatica sia su batteri Gram-positivi, sia su batteri Gram-negativi. È nota soprattutto con il suo nome commerciale Mercurocromo
  • alcol etilico, disinfettante molto comune per la facile reperibilità sul mercato e il relativo basso costo. In commercio si trova puro al 99,9% da diluire oppure in concentrazioni variabili tra il 60 e il 75%. Si usa sia per la disinfezione di superfici e strumenti (ad eccezione di quelli da sala operatoria), sia per disinfettare la pelle priva di ferite (o cute intatta o integra come indicato in etichetta), ad esempio prima di effettuare una iniezione. In alternativa si può usare anche l’alcool propilico. Le soluzioni alcoliche non devono mai essere utilizzate per medicare ferite aperte.
  • urina, qualche volta non avendo niente di meglio l’ho utilizzata per medicare la ferita di turno, va bene anche per medicare e alleviare le punture di insetti, per lavarsi le mani e i piedi se serve averli più puliti e se non c’è acqua disponibile. Sto parlando di urina fatta da noi stessi o da qualche animale nelle vicinanze. Utilizzare “appena fatta”, perché dopo poco tempo non è più sterile.

Riepilogo delle principali diluizioni:

Rapporto diluizioneCapacità del contenitoreAcqua mlProdotto ml
1:1500ml250ml250ml
1:11L500ml500ml
1:2500ml333ml167ml
1:21L667ml333ml
1:3500ml375ml125ml
1:31L750ml250ml
1:5500ml417ml83ml
1:51L833ml167ml
1:10500ml455ml45ml
1:101L910ml90ml
1:20500ml476ml24ml
1:201L952ml48ml
1:30500ml485ml15ml
1:301L1260ml40ml
1:44500ml490ml10ml
1:441L978ml22ml
1:50500ml490ml10ml
1:501L980ml20ml
1:64500ml492ml8ml
1:641L985ml15ml
1:1001L990ml10ml

Consultare anche:

Istituto Superiore di Sanità : i principali tipi di disinfettanti

Curarsi con erbe e piante: scottature, ustioni, eritemi solari

Le scottature e le ustioni in genere, causate dal sole o da contatto con oggetti ad alta temperatura, non sono di facile trattamento, perché i danni causati alla pelle sono gravi, inoltre dove si formano vesciche e abrasioni, oltre ai danni causati sulla pelle fino ad una certa profondità, si corre il rischio di infezioni locali difficilmente gestibili.

– Della Typha (tifa, stiancia), che si trova con una certa facilità, si possono utilizzare le radici impastate (cataplasma) ottime per ferite, tagli, foruncoli, piaghe, pustole, infiammazioni, ustioni e scottature.

– Dell’edera si utilizzano le foglie, leggermente pestate e appoggiate sulla parte danneggiata, non direttamente ma con interposta una garza o simile.

– Con la rosa canina si può preparare un infuso di foglie fresche e fiori per fare degli impacchi imbevendoci una garza o un panno pulito.

Altre ottime erbe sono l’aloe vera, la camomilla. la echinacea, la malva e in genere le piante e le erbe con proprietà antinfiammatorie.