Pecore e capre: Le caprette di Monica – ediz. RAI

Monica, benché le sue origini siano livornesi, non ha mai sentito l’attrazione per le terre di mare. Monica oggi vive a Valgiano nel comune di Capannori, sulle colline lucchesi e si occupa, assieme a Marcello di circa duecento tra capre e pecore. Ma è Monica che, lavorando il latte crudo appena munto, riesce a produrre un formaggio pregiato che, mantenendo i sapori del territorio, può profumare di erba fresca o di fioriture stagionali, fino a odorare di erba asciutta o di fieno.

di ROBERTO GIOVANNINI documentarista – Anno 2019 – Durata 25’38” –

https://www.youtube.com/watch?v=mc1FEKrQrqw

Pane dei poveri – Ediz. RAI

Primo, 87 anni, è nato, cresciuto e vive tra i castagni delle selve delle colline lucchesi.Tutti i giorni fa una camminata nelle selve ormai spoglie e pensa ai tempi passati dove intere famiglie, numerose e affamate, si nutrivano quasi esclusivamente di polenta di castagne e di castagne bollite o arrostite.Quello che un tempo era il suo mondo oggi è quasi irriconoscibile e pensa ad un passato che era fatto di cose semplici e genuine ma anche di duro lavoro ma non per questo rinnegato, era fatto da usi, costumi, cadenze mai frenetiche dove il lavoro governava il tempo e non viceversa.Era un mondo dove la gente usava testa e braccia, ma soprattutto il cuore.

di ROBERTO GIOVANNINI documentarista Anno 2013 – Durata 25′

ERA IL PANE DEI POVERI (castagne) – Ediz. RAI -:

https://www.youtube.com/watch?v=4soEH-Fg_Qc 

Nomadi della Mongolia

 I nomadi della Mongolia sono un popolo eccezionale.

Mi riferisco ai veri nomadi, non quelli che si dicono tali solo per attrarre i turisti. Mi riferisco a quelli che sono nati e cresciuti in zone dove solo il nomadismo e un certo stile di vita permettono di vivere anche se in modo duro e apparentemente inaccettabile.
I nomadi della Mongolia sono degli autentici professionisti della sopravvivenza, come lo sono del resto, tanti altri popoli nativi sparsi per il pianeta.
Non scrivo però questo articolo per esaltare un popolo, non ce n’è bisogno. Scrivo perché ho letto in rete in un blog, la descrizione di un’avventura tra i nomadi della Mongolia e, quell’articolo mi ha talmente disgustato per molti aspetti che ne voglio proprio parlare.
Cito qualche passo (riassumendo) e lo commento:
“vivere questa vita non è facile”… non è facile per chi? Non certo per quel popolo che la vive tutti i giorni da secoli in modo sereno e tranquillo. Si vorrebbe fare un paragone con la vita occidentale alla quale siamo abituati dicendo che la nostra è una buona vita e la loro una cattiva vita? Chi lo ha detto? siamo proprio sicuri di questo?
“mangiano di tutto e quello che mangiano è orribile” Tutti i popoli hanno le loro tradizioni, il loro modo di cucinare e di mangiare. Bisogna capire cosa si intende per cibi orribili. I nomadi della Mongolia mangiano, per tradizione, le marmotte o le capre ripiene della loro stessa carne (boodog). I pasti principali sono spesso a base di carne e poche verdure (se non si praticasse l’allevamento, poche speranze ci sarebbero di riuscire in agricoltura), si consumano latte, yogurt, formaggi secchi e bevande a base di latte fermentato. Degli animali non si butta niente perché ogni parte è indispensabile, ma non sono stranezze, sono necessità. Cosa dovrebbero mangiare per tenersi in vita in mezzo al nulla come sono loro? Si legge ancora: Il latte genuino è definito di sapore disgustoso solo perché non contiene additivi chimici e correttori, il te’ è salato… (è la bevanda principale e lo definirei tipico di quella zona e non zuccherato, piuttosto che salato). La poca acqua per bere è presa da un pozzo (non tutti hanno la fortuna di avere un pozzo), si utilizza solo una pentola per cucinare (è un male non avere tante stoviglie?) e le ciotole si lavano con poca acqua, insomma sembra che l’igiene come lo intendiamo noi sia totalmente assente e tutto sia fatto per terrorizzare piuttosto che per vivere nel modo migliore possibile in un posto difficile della terra.

Non ho mai sentito dire che un nomade della Mongolia sia morto per colpa della sua “strana” cucina o del “suo modo di vivere”. Non serve proprio a niente e a nessuno scrivere che i pasti sono orribili e spesso il cibo cucinato finisce ai cani perché non si può mangiare. Non serve a niente e a nessuno scrivere che durante il giorno si potrebbe assistere a situazioni di vita strane se non assurde o raccapriccianti. Forse le aspettative di vita non saranno le stesse dei popoli occidentali, ma in tutto questo non ci vedo niente di strano e non avrei nessuna difficoltà a condurre questo stile di vita, ci sarà magari da abituarsi a certe pratiche ma niente di più.
Non esiste il bello o il brutto, il buono o il cattivo, esiste solamente un modo di vivere diverso, ne migliore ne peggiore di quello al quale siamo abituati.

Per finire alcune informazioni serie e sensate su questo popolo:

si adeguano perfettamente al territorio che li circonda e di conseguenza l’attività principale è l’allevamento: cavalli (che diventano anche il mezzo di trasporto), bovini, caprini, ovini, cammelli (utilizzati anche durante gli spostamenti per il trasporto delle gher e di tutto quanto fa parte della casa e degli effetti personali).

la Iurta (o gher come si dice in mongolo), è l’abitazione dei nomadi mongoli, con una struttura in pali di legno che sorregge la copertura di teli o pelli, il pavimento è formato da tappeti di lana di pecora. L’arredamento è minimale normalmente composto da un mobiletto porta cibo e altro, da un tavolo e dai letti. C’è anche una stufa.
Ci sono alcune regole da rispettare quando si entra nella gher:

  • si entra con il piede destro
  • appena entrati ci si deve sedere, le donne che cucinano stanno al centro, vicino alla stufa.
  • i due pilastri centrali sono la congiunzione tra cielo e terra e non si devono attraversare
  • gli uomini devono portare un copricapo

nella cucina mongola il cibo è sacro. I mongoli si nutrono quasi esclusivamente di carne, che proviene dagli animali che allevano: bovini, capre, pecore e agnelli, montoni, cavalli e cammelli. Si utilizzano anche farina, latte e derivati, zucchero. Il pesce è quasi sconosciuto…

Il cibo si divide principalmente in grigio (la carne) e bianco (latte e prodotti del latte).
La carne si cucina prevalentemente per bollitura, utilizzando tutte le parti dell’animale e poi si consuma insieme al brodo prodotto. In inverno si consumano più grassi e carni, in estate più latticini.

Il piatto più famoso della cucina mongola è il boodog, fatto con capra o marmotta. Si svuotano gli animali dal collo e si tolgono ossa e frattaglie, poi si riempe la carcassa con altre carni, spezie e pietre roventi in modo da cuocere sia all’esterno che all’interno.

Le budella delle pecore vengono pulite e utilizzate per fare salsicce.

La carne viene conservata quasi esclusivamente utilizzando il metodo dell’essiccazione (si fanno strisce e si essiccano all’ombra) e poi si rimette a bagno in acqua bollente per ammorbidirla quando si utilizza.

Leggendo storie e documenti su questi popoli, mi sto accorgendo che alla fine non ci sono tante differenze tra i nomadi della Mongolia e i nativi americani… sarà colpa dello stretto di bering?

Indiani d’America, Chi sono i nativi americani

Chi sono, da dove vengono e quali tradizioni hanno i nativi americani, ossia le popolazioni che, per secoli, abbiamo chiamato “pellerossa”.

Tantissimi secoli fa, in un’altra era geologica , il continente americano e quello asiatico non erano separati dal mare, come lo sono oggi tra l’Alaska e la Siberia . Erano invece uniti da una striscia di terra chiamata Beringia.

Oggi la Beringia non esiste più, è una terra sommersa, e il tratto di mare che separa America e Asia si chiama stretto di Bering  Lungo quella terra gli antenati degli indiani, partiti dalla Mongolia 20mila anni fa, hanno raggiunto l’America, dando origine alle popolazioni pellerossa.

Un indiano d’America Immagine restaurata di un nativo americano intento a pescare credits: Ipa-agency

IL VERO NOME DEGLI INDIANI

Chiamare questi popoli indiani d’America , non è giusto e l’errore fu di Cristoforo Colombo: quando, nel 1492, toccò le coste del continente americano, Colombo era convinto di aver raggiunto le Indie , vera meta del suo viaggio. Di conseguenza chiamò le popolazioni di quei luoghi “indiani” . Quando fu chiaro che, invece delle Indie, aveva scoperto un nuovo continente, l’America, ormai l’errore era fatto.

Il nome corretto delle popolazioni che abitavano il continente prima dell’arrivo di Colombo e dei conquistatori europei è nativi americani . “Pellerossa” fa invece riferimento al colore della loro carnagione ed è un termine sbagliato tanto quanto “indiani”.

IL FURTO DELLE TERRE

Quando capirono che era stato scoperto un continente sconosciuto e nuovo, gli europei si mossero alla sua conquista. credits: Ipa-agency

Quando capirono che era stato scoperto un continente sconosciuto e nuovo, gli europei si mossero alla sua conquista. Inglesi e francesi fecero di tutto per impossessarsi dei territori rubandoli ai nativi e, dopo anni di aspre lotte, massacri e guerre sanguinose ci riuscirono, costringendo i nativi americani a vivere in territori pensati apposta per loro e chiamati “riserve indiane”.

FU UNO STERMINIO?

Nonostante i film Western abbiano nel tempo dipinto un quadro idealizzato e romantico delle imprese di cowboy e coloni contro i “selvaggi” delle praterie, quello che gli europei riservarono agli indiani d’America fu un vero e proprio massacro, tanto che molti studiosi parlano (non a torto) di “genocidio dei nativi d’America”.

Nel corso di poco più di due secoli infatti, oltre l’80% della popolazione nativa venne spazzata via, con una perdita di vite umane che si calcola intorno ai 100 milioni di individui.

Una delegazione d’indiani d’America insieme al Presidente Americano Calvin Coolidge (1923-1929) credits: Ipa-agency

LE RISERVE INDIANE E LE BATTAGLIE

Le riserve indiane erano zone destinate ad accogliere le tribù indiane , che l’avanzata dei bianchi scacciava, mano a mano, dai territori d’origine. Erano i territori che ai bianchi non interessavano, sia perché non possedevano ricchezze minerarie da sfruttare sia perché erano troppo aridi o freddi per consentire agli europei l’agricoltura o l’allevamento. Le popolazioni native, fiere e coraggiose , combatterono a lungo contro l’invasore bianco.

Tra le battaglie più importanti che hanno segnato la storia di questo popolo ne ricordiamo due:

– la battaglia di Sand Creek (nello stato del Colorado), del 1864, in cui l’esercito americano compì una strage sterminando un intero villaggio, donne e bambini compresi.

– la battaglia di Little Big Horn (nello stato del Montana), del 25 giugno 1876, in cui i nativi americani riportarono un’importantissima vittoria contro il Settimo reggimento di cavalleria dell’esercito americano, riuscendo anche a uccidere il loro comandante, il generale George Armstrong Custer.

Oggi i discendenti dei nativi americani rimasti sono appena qualche migliaio, stanziati in diverse zone degli Stati Uniti.

LA SOCIETÀ

La popolazione dei nativi americani era divisa in circa 250 tribù , distribuite in tutto il continente nordamericano, da sud a nord. Le più famose erano quelle degli Apaches, dei Sioux, dei Navajo, degli Cheyenne e dei Mohicani.

Ogni tribù aveva un capo , con il compito di stabilire le regole della vita della comunità. Tutti gli appartenenti alla tribù avevano un compito da svolgere.

Uomini, donne, anziani e bambini, ciascuno dava il suo contributo alla vita comune: le donne cucinavano e costruivano il tepee (la tipica tenda dove abitava tutto il nucleo famigliare), mentre gli uomini cacciavano e proteggevano la tribù in caso di guerre. Agli anziani invece spettava il compito di educare i più giovani e tramandare loro valori e tradizioni.

Al contrario dei bianchi, gli indiani non combattevano mai per il possesso delle terre perché, secondo la loro concezione, la terra era di tutti.

I VILLAGGI

L’abitazione tradizionale indiana è il tepee , ed è la classica tenda a forma di cono che tutti conosciamo. Era comoda, perché si poteva smontare e spostare quando si voleva.

Spesso, infatti, gli indiani svolgevano una vita nomade, sempre alla ricerca del territorio che dava più frutto. Oppure seguivano gli spostamenti delle mandrie di bisonti per dare loro la caccia, poterne mangiare le carni e ricavare vestiti e tepee dalle loro pelli.

LE TRADIZIONI E LA RELIGIONE

I grandi protagonisti della religione dei nativi americani erano gli “spiriti”. Dominavano ogni cosa, dagli uomini alle piante e il più importante era il Grande Spirito o Manitù.

I sacerdoti si chiamavano sciamani (Wichasha Wakan,”colui che conosce le cose sacre” in lingua Sioux) e avevano il potere di comunicare con gli spiriti e di guarire gli uomini dalle malattie.

Totem indiani credits: Ipa-agency

Ogni tribù aveva il suo totem, un palo di legno sul quale erano rappresentate le insegne della tribù o del suo capo. Ogni totem aveva due ali, perché gli indiani pensavano di essere “angeli che hanno un corpo.

Inoltre, vi erano sempre incise le fattezze di alcuni animali, per esempio la farfalla, l’aquila o il bisonte. Ognuno di questi animali rappresentava una “qualità” che la tribù desiderava possedere. Il cavallo, per esempio, rappresentava la libertà, l’aquila il potere spirituale, il lupo la lealtà, il bisonte l’abbondanza.

Il celebre capo Sioux Toro Seduto credits: nativi americani

Molti capi indiani sono famosi. Tra i più importanti ricordiamo:

Toro Seduto: il suo vero nome era “Bisonte Seduto” e fu il capo dei Sioux Hunkpapa che
vinsero la battaglia di Little Big Horn contro il generale Custer.

Cavallo Pazzo: capo dei Sioux Lakota, prese anche lui parte alla vittoriosa battaglia di Little Big Horn. Famoso il suo grido d’incitamento “Hoka Hey”, che si può tradurre con “Andiamo uomini”.

Geronimo: il soprannome gli fu dato dai nemici messicani (il vero nome era “Colui che sbadiglia”) che storpiarono lo spagnolo “Girolamo”. Fu il capo dell’ultima grande resistenza nativa ai coloni europei.

di Guido da Rozze (caporedattore di Focus Junior) 21 ottobre 2021

articolo sugli indiani d’america realizzato da focusjunior.it e autorizzato alla pubblicazione su questo sito:
https://www.focusjunior.it/scuola/storia/chi-sono-gli-indiani-damerica-i-nativi-americani/

Fabbro: La ferriera, a ferro e fuoco – ediz. RAI

In provincia di Lucca, a Piè Lucese (Piegaio di Pescaglia), in fondo ad una valle, è ancora in attività una antica ferriera. Il fabbro, Carlo Galgani, è l’ultimo discendente di una famiglia che da oltre cinque secoli si tramanda questo lavoro. Per realizzare vanghe, zappe coltelli e altri arnesi, Carlo impiega rottami di scarto non più utilizzati. Qui il lavoro fatto di piccoli gesti, di solide tradizioni, ma anche di grande saggezza e di silenziosa fantasia, diventa arte e stile di vita.

di ROBERTO GIOVANNINI documentarista – anno 2015 – durata 27’46” –

I fabbri di una volta, distendini e ferriere:
https://www.youtube.com/watch?v=JfTaHP5hw-g

Carbonaio: nero come il carbone – Ediz. HomeVideo

Luigi, 83 anni, è forse l’ultimo carbonaio ancora in attività; vive sulle colline lucchesi nel comune di Pescaglia. Aiutato dal figlio e dal nipote, continua una tradizione che si perde nel tempo.
Questo è un lavoro difficile che richiede tanta esperienza, tanto sacrificio, tante nottate, tanto sudore, tante fatiche.
Dice che presto smetterà ma non trova il coraggio di farlo anche perché nel respiro di questa polvere, lui ha costruito la sua vita.

di ROBERTO GIOVANNINI documentarista – anno 2016 – durata 31′ 13″

NERO COME IL CARBONE (vita del carbonaio) – Ediz. HomeVideo:
https://www.youtube.com/watch?v=hK8FDY10T10

Amish

Gli Amish, una comunità che sopravvive ai tempi moderni.

https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Amish?uselang=it

Al di là di tutte le considerazioni religiose che si potrebbero fare o non fare e, questo non è certamente il luogo per parlarne (anche se questo è il motivo principale che condiziona lo stile di vita di questi popoli), ho sempre avuto rispetto e ammirazione per le comunità Amish, per il loro stile di vita assolutamente unico e sopratutto per la loro eccezionale capacità di adattare questo stile ai tempi moderni.
Sebbene ormai radicati in Pennsylvania, hanno origini svizzere e sono emigrati in USA e Canada intorno al 1700. La loro semplicità e la maniera di vivere in modo tranquillo e pacifico, si vede in tutto quello che hanno e che fanno: abiti e biancheria semplice e uguali per tutti, autoprodotti, mantenuti e curati per durare nel tempo, le donne non hanno gioielli o acconciature particolari e i loro vestiti semplicissimi si diversificano solo per indicare se sono donne sposate o nubili.

L’autosufficienza è la cosa principale e tutte le attività riguardano il soddisfare i bisogni corporali giornalieri. La produzione agricola e l’allevamento sono molto abbondanti e, insieme a qualche attività artigianale praticata, consentono di essere messi sul mercato per la vendita, il ricavato non è guadagno ma un ulteriore mezzo di sostentamento e di acquisto di materie prime. Gli equini utilizzati per il traino delle carrozze e degli attrezzi agricoli, sostituiscono i motori tradizionali. E’ bello vedere che la vita in queste terre è rimasta indietro di qualche secolo. Non si sente certo la mancanza di elettricità, gas e carburanti e tutto scorre tranquillamente e lentamente, come dovrebbe essere per tutti e in tutti i luoghi.

Roncola (pennato)

Quella delle foto è la mia roncola, o pennato come la chiamiamo dalle mie parti.

La roncola o pennato (il pennato, a voler essere precisi, sarebbe quello a forma di roncola, con una cresta o penna tagliente sul dorso) che utilizzo e che non ho mai cambiato è quella delle foto. E’ stata prodotta artigianalmente nelle officine Rubino a Netro, provincia di Biella, in Piemonte. E’ difficile stabilire l’età di questa roncola (che ho ereditato dalla nonna di mia moglie). La Rubino è stata un’azienda che ha avuto la sua massima espansione a partire dagli anni venti del secolo scorso. Alla fine degli anni 60 è entrata in crisi e nel 1973 è stata acquistata da un’altra azienda e ha cambiato totalmente produzione e marchio.

Roncola Rubino degli anni ’60

E’ una roncola abbastanza pesante e si capisce subito che è ricavata da un massiccio pezzo di acciaio. Il manico è in legno, rivettato sull’acciaio, perché la costruzione è praticamente full-tang. L’acciaio è abbastanza dolce e confrontato con attrezzi simili ho stimato che potrebbe essere un c45/c50. E’ affilata su un solo lato. Taglia molto bene.

Il manico in legno purtroppo sta cedendo e lo dovrò rifare, rivettandolo come in origine (ma è difficile fare una cosa del genere), oppure avvitandolo con viti passanti. Sulla parte finale del manico forse c’era un gancio, perché si vede un pezzo di acciaio che sporge, io però l’ho avuta così com’è ora e non so dire che tipo di gancio c’era

Cosa ci si può fare con una roncola, o ronca, o pennato? Penso di tutto. I boscaioli ne hanno una fissata alla cintura con un gancio in ferro. Spesso ce l’hanno in mano per togliere frasche, rami e piccoli alberelli. Sopratutto nel taglio di piccoli alberelli o rami verdi risulta evidente la sua utilità, perché il taglio è comodo e il ramo non rischia di sbatterci addosso a seguito “dell’effetto molla”. Inutile dire che il taglio deve essere obliquo dall’alto in basso e non deve mai tagliare in orizzontale rispetto al ramo. Con la mano libera, si dovrebbe sempre piegare un po’ la pianta da tagliare in modo che le fibre in prossimità del taglio sono più tese e quando la lama entra si allargano e permettono al pennato di entrare e tagliare più velocemente (questo vale ovviamente per qualsiasi attrezzo da taglio, coltello compreso). Ci si può sostituire una piccola accetta o un manaresso. La parte superiore della lama, ricurva e simile ad un uncino, serve per agganciare e tirare a se… tutto quello che può essere agganciato. Bellissimo attrezzo, che non manca mai nelle mani di chi in campagna ci vive tutti i giorni e ci deve mangiare. Mi sembra ancora di vedere il mio nonno e i suoi coetanei con il pennato che penzola dalla cintura, che si muovono in mezzo allo “sporco” del bosco che la motosega non può pulire.

Coltello vecchio da macellaio

Questo della foto è uno splendido coltello che mi è stato regalato e che, quando ho visto per la prima volta, mi ha emozionato e riportato indietro nel tempo, quando “le cose” avevano un valore e sopratutto un senso. E’ un coltello da macellaio o da cuoco, con lama spessa almeno 4 mm. e lunga intorno ai 30 cm., in acciaio al carbonio (forse C40-C50) abbastanza morbido, veramente ben conservato e affilato da mani esperte che non hanno fatto danni alla lama, ma l’hanno valorizzata fino all’ultimo giorno in cui è andato in pensione in pensione. La mia personale opinione è che si tratti di un coltello utilizzato in una macelleria. Di una misura importante, direi come un coltello chef di quelli più grandi. E’ Full tang (tipologia costruttiva difficile da trovare in questo tipo di coltelli), con manico in ottimo legno e anello metallico sulla guardia che non c’è più, è evidente però che una volta era presente. Il legno è ottimamente conservato e non ci sono allentamenti tra il manico e il codolo. I rivetti in ottone sono perfetti. E’ probabile che il macellaio che lo ha utilizzato, con le mani quasi sempre unte di grassi animali, prendendo il coltello e mettendolo a contatto con le sue mani, lo ha costantemente nutrito e migliorato nel tempo. Bellissimo veramente. Lo terrei in mano tutto il giorno!

Con riferimento all’articolo sul coltello da sopravvivenza (https://www.sopravvivere.org/coltello-da-sopravvivenza/), questo coltello secondo me farebbe bella figura come tuttofare in ambienti boschivi e naturali e non è troppo diverso dai coltelli da campo di frontiera. E’ un po’ grande ma lo utilizzerei senz’altro come coltello tuttofare in situazioni di emergenza, molto più tranquillamente di certi coltelli da sopravvivenza che si trovano in commercio oggi.

Coltelli per la cucina

I miei coltelli in cucina

Oggi ho sistemato i miei coltelli della cucina, li ho puliti bene (non li lavo quasi mai) e ho rifatto il filo dove necessario. I coltelli in cucina non sono mai troppi, sopratutto se la cucina la si utilizza, partendo dagli alimenti di base fino ad arrivare al piatto finito. Nella foto ci sono praticamente tutti i coltelli, sono vecchi e alcuni molto consumati, ma sono coltelli buoni e anche dopo tanti anni, svolgono bene il loro lavoro.

Il coltello chef lama 24 cm. è probabilmente il più utilizzato insieme al coltello disosso lama 15 cm.. I due coltelli in alto con lama dentata (seghettata) servono solo per il pane e i prodotti da forno, gli spelucchini con lama ricurva e triangolare li utilizzo per le verdure e le patate. Poi c’è un ottimo e robusto coltello da colpo lungo 50 cm. lama 35 cm. e… a seguire tutti gli altri: salumi (comprese grosse mortadelle e prosciutti), formaggi, carne, dolci, … . Per il mio modo di fare posso infine dire che: più i coltelli sono lunghi e grandi e meno vengono utilizzati.

Coltelli chiudibili

alcuni miei coltelli chiudibili

I coltelli chiudibili o a serramanico sono veramente utili in ogni situazione. Non ne possiedo tanti, ma li utilizzo sempre, in moltissime occasioni, perché ci si possono fare molti lavoretti e aiutano nella vita di tutti i giorni a svolgere vari compiti. La legge italiana ne vieta il porto, qualsiasi sia la dimensione della lama, se non per giustificati motivi. Ma è molto difficile capire quali sono i giustificati motivi (… come al solito) e in pratica si rischia sempre a portarli in tasca. Nella foto ci sono alcuni coltelli che possiedo: gli svizzeri Victorinox e Wenger; alcuni coltelli regionali italiani di Maniago, Scarperia, Frosolone; un coltello militare dell’Esercito Italiano anni ’60 prodotto probabilmente da Bianchi di Campobasso; un vecchio “Pattada” fatto a Scarperia; un multitool con pinza e un multitool con posate; una roncoletta trovata 15 o venti anni fa in una rivista di coltelli. Sono quasi tutti quelli che ho, mancano dalla foto: 2 Opinel nr. 7 e 10, 1 arburesa con manico in legno fatto a Maniago, un coltello da innesto di Scarperia, un coltello da pescatore di produzione artigianale abruzzese, un multitool-pinza Trektonia. Un coltello chiudibile o a serramanico potrebbe essere considerato “da sopravvivenza”? Secondo me sì! Senza problemi e sicuramente meglio di niente.

kit di sopravvivenza tecnologico e dispositivi di ricarica

I dispositivi e gli accessori tecnologici fanno parte della vita di tutti tutti i giorni. Non si può sapere, in condizioni di emergenza estrema a seguito di cataclismi naturali o artificiali, di quanta tecnologia si può disporre. Forse nessuna e allora kit del genere non hanno senso e nessuna utilità. Però considerato il basso impegno economico nell’assemblare questo kit, conviene sicuramente allestirlo e conservalo in casa, oppure in auto, oppure ancora dove si preferisce e si ritiene utile riporlo, adattandolo e ampliandolo con tutti gli sviluppi tecnologici che interesseranno il mercato futuro.

Qualsiasi contenitore, rigido o morbido va bene, l’importante che non lasci passare l’acqua o anche solo l’umidità. Il tutto comunque diviso e riposto in sacchetti di plastica trasparenti impermeabili.

  • Le schedine sim prepagate o in abbonamento ormai le abbiamo tutti. Sarebbero utili almeno due di operatori diversi. Se il nostro telefono le supporta, si potrebbero considerare anche le e-Sim.
  • una scatolina con alcune mascherine in plastica (quelle pretagliate che si trovano con le schede sim) per adattare il formato sim, minisim e microsim e qualche spillo per aprire i cassetti portasim e porta micro usb degli smartphone e tablet.
  • una pennetta (o chiavetta) usb con Debian 12 live (Debian 12 perché al momento di scrivere questo articolo la 12 è la stable Debian).
  • una pennetta (o chiavetta) usb con il sistema operativo live portatile Tails.
  • una pennetta (o chiavetta) usb con tutti i driver e firmware free e non-free contenuti negli archivi Debian stable e nella stessa chiavetta avere anche i pacchetti .deb per stable: ifupdown, iproute2, wpasupplicant (per il supporto per WPA2), iw e wireless-tools con le rispettive dipendenze (poche cose facilmente reperibili in https://packages.debian.org/stable/)
  • una pennetta (o chiavetta) usb vuota da 32/64 GB.
  • una pennetta (o chiavetta) usb con i documenti personali e dei familiari, oltre a numeri di telefono e altre indicazioni utili come tessera sanitaria e notizie o documenti medici e clinici.
  • cavi OTG da micro usb o type-c a usb, maschio e femmina, si usano per collegare ai dispositivi mobili a vari dispositivi per trasferire dati
  • un cavo di ricarica micro USB e un cavo type C. Lunghezza cavi 1,5/2,0 mt.
  • cavo di prolunga usb maschio-maschio
  • cavo di prolunga usb maschio-femmina
  • adattatore tipo C maschio a micro USB femmina e adattatore micro USB maschio a tipo C femmina
  • un cavetto LAN (Ethernet)
  • un cavetto fibra
  • un adattatore con 2 entrate USB e USB-C multiporta con lettore di schede SD&TF, porte USB 3.0 e USB 2.0, 3.5 mm, hub USB tipo C
  • un caricatore alimentatore USB-A da Muro 5V 2.4A per Smartphone o Tablet
  • un cellulare tradizionale non smartphone di emergenza con caricabatteria
  • batterie non ricaricabili AA e AAA.
  • potrebbero essere poi utili alcuni mini/micro attrezzi: cacciavite a taglio e a croce, pinzetta.

    Dispositivi vari di ricarica e altri dispositivi
  • produttore di energia, caricabatterie pannello solare pieghevole (piegato circa 20×30 cm.) 30/60 W (o maggiore) che si possa attacare ad un powerbank o direttamente ad un dispositivo con uscite usb A,micro,C e uscita 18V DC.
  • powerbank 20000/25000 mAh con almeno: 2 porte usb (micro e type C) per ricaricarlo e 2 porte usb A per uscita verso il dispositivo da ricaricare.
  • torcia a led ricaricabile tramite cavo usb, preferibilmente con attacco alla testa.
  • lanterna/torcia a led ricaricabile tramite cavo usb.
  • Radio con torcia ricaricabile, ricarica a manovella e usb.
  • cellulare (smartphone) preferibilmente con ricarica usb C, con scheda aggiuntiva di memoria precaricata con manuali e istruzioni varie che potrebbero avere una certa utilità in emergenza.

Note: nell’immagine sotto, trovata sulla rete, sono elencati i tipi di porte usb e di cavi.